Le Brigate di fanteria "marchigiane": Marche, Ancona, Macerata, Pesaro, Piceno

Le Brigate di fanteria "marchigiane": Marche, Ancona, Macerata, Pesaro, Piceno
Le Marche e la Grande Guerra. Il volume è disponibile in tutte le librerie. Si può ordinare alla Casa Editrice, (ordini@nuovacultura.it). Node su www.storiainlaboratorio.blogspot.com

sabato 10 ottobre 2026

Renato Mariani Tenenete dei Carabinieri Deportato in Germania Una Testimonianza II Parte

 


L’età della ragione e la vita scolastica

 

Aveva così superato il suo primo decennio in una oasi di pace e di fanciullesca serenità. Non altrettanto felice sarebbe stato purtroppo il secondo, con l'incubo della guerra sempre in atto per la gioventù, e tanto meno il terzo, violentemente troncato a metà, proprio a 25 anni.

Ma torniamo a noi. Con l'inizio del secondo decennio, il 5 settembre 1928, a Falconara, gli capitò un infortunio. Mentre, giocando con la sorella, si rincorrevano sulla spiaggia ancora bagnata dalla pioggia, egli scivolò e cadde, frantumandosi in malo modo il braccio destro. Seppi subito che era stato curato all'Ospedale di Ancona e  che gli era stato riscontrato lo schiacciamento delle ossa del gomito. Anche a Roma si ritenne di escludere più tardi un atto operativo, facendo affidamento sul miglioramento progressivo ed insistendo sulla ginnastica e sul massaggio. Ma, nonostante gli esercizi della scherma e del violino, intrapresi per la circostanza, il movimento di supinazione del braccio non tornò più alla normalità, tanto che in conseguenza del difetto fisico rimasto, nell'atto di lavarsi o di mangiare, si poteva notare che la sua mano destra non riusciva a contenere la stessa quantità di acqua della sinistra e che egli faceva uso della forchetta non in modo normale.

Di tale difetto, che era piuttosto evidente, per lo stesso consiglio dei medici, chissà come avrebbe potuto a suo tempo avvalersi, per evitare il servizio militare. Egli non volle mai sentir parlare di ciò, e, più tardi, il giorno della visita di leva, tornò a casa soddisfatto di essere stato dichiarato abile. Naturalmente, si era ben guardato dall'accennare alla sua minorazione.

Intanto i suoi studi si facevano più seri, frequentando come Ginnasio, l'Istituto Massimo prima e il Giulio Cesare poi. Le stesse doti di mitezza e di dolcezza di animo e l'innato buon senso, che aveva rivelato in famiglia, in modo particolare verso la Mamma, come cuore d'oro, le trasportò nella scuola, fra i compagni, dei quali rimase amico fedele e inseparabile, e tra gli insegnanti, che più seppero apprezzarlo. Alla scuola vera e propria, alternava, come ho detto, oltre che la scherma, lo studio del violino e del pianoforte. Non che vi si mettesse di grande impegno, ma tanto per soddisfare il suo orecchio musicale assai sviluppato e la passione per le canzoni che così spesso fiorivano sul tuo labbro.

Sapeva tanto vivere all'aria aperta tra i fratelli e gli amici, specialmente al mare, nuotando e remando, o inforcando la bicicletta, quanto facendo vita casalinga, rimanendo cioè nell'ambito domestico.

Gli bastava allora leggere un libro, o canticchiare qualche canzonetta, o smontare e rimontare qualche congegno, o collezionare francobolli, o (dicevo io) intrecciare magari qualche filo, per vederlo felice e beato.

L'appetito, la salute e il buon umore non gli mancavano. Cosicché a 15 anni era quel che si dice un bel ragazzo, allegro, solido e ben piantato, tanto sano e vigoroso di corpo, quanto buono e dolce di carattere.

Dalla scuola avrebbe potuto strappare i migliori risultati sol che lo avesse voluto un po' di più, ma egli era pago di riportare la promozione a fine anno, alieno dal corteggiare insegnanti o dal compiere atti di virtuosismo.

All'innata fierezza d'animo, un'altra qualità, che doveva accompagnarlo per tutto il resto della breve vita, cominciava intanto a spiccare in lui: la dirittura, starei per dire, l'impeccabilità del giudizio.

 

Come, intimamente, egli era portato, per natura, alla semplicità, all'ordine ed alla precisione, amante come era di fare molte cose da sé, incline alla meditazione, sicuro di saper compiere una buona scelta o di sapere ben calzare e ben vestire, così, nell'esprimere un giudizio su uomini e cose, sapeva cogliere ben spesso nel segno, e sapeva esercitare tanto buon senso critico, ponderazione e misura che si restava sorpresi del suo sano equilibrio.

     Se ad un padre é dato cogliere qualche segreto di un figlio, dirò che in Lui non vedevo chi si affanna a proporsi molti problemi insieme, per la smania di profilarseli e di intravederne le possibili soluzioni, ma colui che affronta un problema alla volta, il problema del giorno, anzi quello dell'ora, e ciò per restare più nel concreto e nell'immediato. Lungi dal significare indifferenza, scarsa volontà o disinteresse, tutto questo rappresentava invece una manifestazione di equilibrio naturale e in fondo di saggezza. 

      Con tali auspici e con siffatte speranze, Egli varcò nel 1935 la soglia del Liceo.

      Ma questo anno scolastico fu per lui un anno di sbandamento e, perchè non dirlo, di pieno insuccesso. Studiò, invero, troppo poco e mancò anche a parecchie lezioni. Il risultato finale si risolse in una vera e propria bocciatura, la quale, se addolorò molto me e tutta la mia famiglia, bruciò più assai a lui ed al suo amor proprio. Per tacita ammissione, apparve subito che Egli si sarebbe riscattato e durante l'estate 1936, mentre si trovava a Falconara, restò stabilito che – per recuperare quello perduto – l'anno appresso avrebbe studiato privatamente a  Camerino, profittando della presenza colà di un ottimo insegnante di lettere e nostro congiunto il Prof. Donnini, in modo da presentarsi poi all'esame di terza liceale.

     Il 27 settembre la famiglia lasciò Falconara. Io stesso ero andato a rlevarla, perchè la Mamma lasciava alquanto a desiderare per la propria salute. Non posso dimenticare quel distacco, che Egli sentì per la prima volta, sia dalla Mamma, che non avrebbe più riveduto in vita, sia dal resto della famiglia. Mentre il treno delle 17,10 lasciò la stazione, imperversava un violento temporale e cadeva una fitta grandinata. Egli dovette ripararsi sotto la soglia di uno dei vari uffici per salutarci e nel lasciarci gli occhi addosso ci faceva una solenne promessa. L'indomani Egli raggiungeva Osimo e di là si trasferiva a Camerino.

     Con una prima lettera, naturalmente diretta alla Mamma, in data 5 ottobre, cercava di fare il disinvolto, parlava delle sue prime impressioni sulla nuova cittadina, di quel panorama «veramente stupendo chiuso nel fondo dai Sibillini candidi di neve», della sua cameretta, ma si faceva scappare questa nota nostalgica : «Ironia della sorte : ogni volta che torno al mio nuovo domicilio (Egli abitava verso Porta Romana) non posso fare a meno di scorgere una lunga freccia, sopra la quale il nome di Roma indica essere questa la via per arrivare alla Capitale». E chiudeva con queste frasi : «L'altra sera a letto, (Camerino è ben fredda) avvolto in una pesante imbottita, avevo ideato una lettera molto sentimentale, ma il freddo che avrei provato nello scendere per scriverla non te l'ha fatta pervenire. Del resto é inutile riassumertela : lascio alla tua fervida mente immaginare cosa vi era scritto. Spesso canticchio, di preferenza l'inno a Roma del Puccini. Ti bacio Renato». Tra le carte da Lui riportate da Camerino ho trovato la risposta della Mamma malata. Essa é scritta a lapis e dice : «con la benedizione e col pensiero della Mina (mammina) che ti ha sempre innanzi agli occhi, come quando ti ha salutato con tutta l'anima alla stazione di Falconara».

     In altra lettera, del 10 ottobre, chiedeva ansiosamente notizie della Mamma e la rassicurava così : «Per me puoi stare tranquillissima. Sto bene e faccio con passione il mio dovere». Ed infatti il Prof. Donnini mi scriveva il 13 nei suoi riguardi : «Ormai egli sa di costruire per il suo avvenire; in grazia di questa sua nuova coscienza per parte mia non mi spaventa se della sua prima liceale romana non mi ha presentato che scarse rovine. Assolutamente, avanti Natale, questa prima liceale deve essere fatta come si deve».

     Il suo carattere aperto, affettuoso e bonario rifulge anche da lontano. Egli non scrive soltanto alla «cara mamma» o al «caro babbo», ma si rivolge talvolta «al migliore offerente» per comprendere tutti; oppure, invece di usare la sua solita carta di Fabriano, alla quale teneva, si serviva di lunghe strisce tipo cartelle da giornalista, facendole precedere dalla frase : «dal nostro inviato speciale».

     Tornava, però, a battere spesso lo stesso chiodo, quello dello studio, e mi scriveva : «Passo  quasi tutte le mattine studiando e buona parte del pomeriggio faccio la medesima cosa». Ci si era messo proprio di impegno. Di buzzo buono. Oltre che nel Prof. Donnini per le materie letterarie, aveva trovato un altro ottimo insegnante per quelle scientifiche.

     Egli stesso scriveva di questi : «Alle ore 15,00 ho tutti i giorni lezione col Prof. Mammana, giovane siciliano, assai bravo e simpatico, il quale mi dice che non ha dubbi su e che tutto andrà benissimo. Facciamo quasi sempre un'ora e mezza, in modo che alle 17,00 sono pronto per la lezione con Donnini».

     Con tutto ciò non aveva però perduto il suo buon umore ed il non men buono appetito, perchè scriveva pure : «Le otto e mezza mi trovano, avido, sopra una tazza di caffè e latte se i tempi magri mi impediscono di sgranocchiare qualcosa in camera. Dopo questa colazione un'altra più abbondante, ma che meno sfama, di latino o di greco, fino a mezzogiorno, ora in cui pianto tutti e me ne vado a spasso. Subito dopo pranzo (che doveva svolgersi alle 13,00) vado per un'oretta al Circolo di cui sono divenuto socio, a leggere giornali italiani ed esteri ed a sentire la radio».

     Quanto ai tempi magri, che impedivano di sgranocchiare qualcosa in camera, credo che non fossero poi tanto magri, se in altre missive alla Mamma si parla di «scatolette di tonno che mi servono per farmi dei crostini e di tubetti di pasta d'acciughe, che spalmo senza economia con burro su biscotti della salute».

     Il 17 ottobre nasce a Roma la nipotina Donatella. Egli si affretta a rallegrarsene con la sorella e, quasi preoccupato di non aver partecipato abbastanza al lieto evento, scrive a noi il 23 : «A Maria sembrerà troppo fredda la cartolina che le ho indirizzato per la nascita di Donatella, ma non é che la rigidezza di questo clima che é penetrata in me».

     Per compensarlo del suo affetto e della passione che avevo messo nello studio, profittando di un lieve miglioramento nelle condizioni di salute della Mamma, corsi da lui apoena mi fu possibile, il primo ed il due novembre, ricorrenza dei Santi e dei Morti.

     Io ero stato a Camerino molti anni prima, ma sotto la sua guida ne apprezzai ancor meglio le naturali bellezze. Vivemmo insieme intensamente in quei due giorni, da fratello a fratello, ed il distacco fu nuovamente doloroso.

     Subito dopo egli mandava ancora una assicurazione alla Mamma nei riguardi dei suoi studi : «In questi giorni mi accorgo di studiare con passione realizzando assai più che per il passato».

     Quanto devono aver fatto bene queste sue parole al povero cuore della Mamma, che, da tempo sempre più sofferente ed infine scompensato, doveva improvvisamente cessare di battere la mattina del 22 novembre!

     Renato fu chiamato per telefono appena si notò il di lei aggravamento, ma Egli non potè giungere che la sera e trovò che la Mamma era già morta. Nelle lacrime che confondemmo in famiglia non ebbi più dubbio che la promessa che aveva fatto l'avrebbe   mantenuta sino alla fine. Con me e con lo zio Innocenzo, Egli divise la pena dell'accompagnamento della cara salma ad Osimo e della sua inumazione provvisoria in quel Cimitero. Tornò a Roma con noi per rivedere ancora le sorelle ed il fratello, ma il 30 novembre partiva di nuovo per Camerino. Lo attendeva colà un dovere assai sacro e vi andava mortificato dal dolore. Ne avevo conferma da una sua : «Spero che voi tutti stiate bene e vi siate sollevati di spirito. Io mi sono subito riambientato : data la rapidità dello spostamento mi sembra quasi impossibile di aver lasciato Roma».

     Intanto il 20 dicembre, poco prima che Egli facesse una breve scappata per passare in famiglia il Natale ed il Capodanno, ricevevo questa lettera del Prof. Donnini : «Con le prossime feste possiamo dire ultimata la tappa della nostra fatica. Posso sicuramente riferirle che si progredisce discretamente in tutte le materie, compreso il latino. Anche Mammana si dichiara molto soddisfatto. Renato disporrà in parte di una preparazione maggiore di quella dei cosiddetti interni. Specie nella cultura generale, su cui insisto ed ho modo di insistere, tanto che il giovane di questo comincia ad avere coscienza e legge molto».

     Salute e buonumore non risentivano affatto dello sforzo per lo studio alla quale si applicava, e mentre da lontano si divertiva a prendere in giro il fratello per la passione di questi per il gioco del calcio  -  a bella posta  Egli si dichiarava fautore di squadre diverse   -  scriveva ad  Anna : «Nevica abbondantemente, ma io ti scrivo pizzicando con la mano libera una opulenta pizza con i grasselli inviatami da Sestilia (una nostra vecchia domestica). Veramente più che pizzicarla, la sto voracemente divorando : é solo da poche ore in mio possesso e ne ho già ingoiata più della metà. Dì al babbo che subito dopo il mio arrivo ho ripreso a studiare con molta lena. Adesso (la lettera é del 21 gennaio) é andato in vigore un progetto di legge per cui la sera non ho più libera uscita».

     Sotto questa frase scherzosa, si celava una ferma risoluzione adottata tra i due bravi insegnanti e lui, quella di non puntare più ormai sull'esame di ammissione alla terza liceale, ma di tentare addirittura la prova finale della licenza liceale.

     Un bel colpo certamente quello di fare tutto il Liceo in un anno, sul quale però io nutrivo qualche dubbio, nonostante queste assicurazioni ricevute in febbraio dal Prof. Donnini : «Posso dirle con assoluta certezza di buoni ed efficaci progressi compiuti in gennaio. Suo figlio, in generale, si é applicato abbastanza in quest'ultimo periodo tanto da far sperare che il compito grave che ci siamo assunti verrà ultimato con successo. Io, per mia parte, insisto a forzare l'andatura, disposto anche a raddioppiare le ore di insegnamento. Il Prof. Mammana mi riferisce che anche la preparazione per le altre materie prosegue abbastanza bene. Dei giovani liceali  con cui ho un certo contatto, suo figlio é già tutt'altro che ultimo; e intendo di giovani che hanno studiato regolarmente. Lui questo lo sa, e deve quindi averne motivo di stimolo se non di orgoglio».

     «Procedendo con il tempo aumentano i giri del motore, cioè lo studio si va sempre  più intensificando», é Egli stesso che lo scrive, tanto che per non distrarlo con un viaggio a Roma per la Pasqua, tra il 25 e il 29 marzo, andammo noi ad Osimo, ove più facilmente fummo da Lui raggiunti.

     D'allora non lo rividi che il 7 giugno, in occasione di una mia visita a Macerata e Civitanova ed Egli si unì alla comitiva, accompagnandomi la sera in auto fino alla stazione di Foligno. Eravamo ormai vicini alla grande prova e dal 10 al 18 luglio Egli sostenne i suoi esami, quelli scritti a Camerino, quelli orali a Macerata, guadagnandosi la licenza liceale, quarto in graduatoria sopra 64 giovani candidati e 26 promossi in tutta la provincia.

     Grande merito indubbiamente fu quello degli insegnanti, ma non fu piccolo anche il suo, dimostrando di tenere fede all'impegno e non smentendo la forza del proprio carattere.

     Per me, la maggiore soddisfazione che ne ebbi fu di portare la lieta notizia al buon Nonno, che un tempo lo aveva fatto oggetto dei suoi versi pungenti. Questi, che si trovava purtroppo agli ultimi giorni della propria vita, si limitò a rispondere semplicemente : «Non ne dubitavo». E morì l'indomani 20 luglio.

     Dopo essersi un po' rinfrancato al mare e in campagna, in affettuosa compagnia dei nipotini, ai quali si sentiva tanto portato, e di quella degli zii e delle zie, da cui era riamato, il 22 ottobre 1937  Renato si iscrisse all'Università di Roma. Egli scelse la facoltà di Giurisprudenza, al che io nulla trovai da obiettare, in considerazione che brutti tempi si avvicinavano per i giovani e che anche Egli, chissà a quali altri compiti chiamato, non avrebbe potuto frequentare i corsi con la dovuta costanza. Ma il 1938 filò ancora liscio, ed Egli potè seguire le lezioni e sostenere i suoi esami. Durante il secondoanno fece ancoara di più : poiché lo studio universitario non assorbiva che parte delle sue giornate, Egli pensò che si sarebbe potuto acquistare una buona preparazione giuridico-economica, frequentando la ben attrezzata Confederazione dell'Industria. Vi fu ammesso e venne collocato alle dipendenze di bravi e provetti dirigenti, per occuparsi dell'importante settore tessile. Con il modesto assegno che ne riceveva, da quel momento fu fiero di poter direttamente soddisfare i suoi minuti piaceri ed in particolare di poter provvedere al suo abbigliamento.

     Ma intanto il mostro della guerra si avvicinava a grandi passi. Il 17 luglio 1939, inquadrato nella Milizia Universitaria, anch'Egli dovette partire per il campo di addestramento in Formia, dal quale non ritornò che ai primi di settembre. Io ero andato a trovarlo colà per poche ore la domenica 30 luglio, ma lo trovai tutt'altro che soddisfatto di quel che faceva, perchè la vita del campo   -   così come si svolgeva   -   non era che una perdita di tempo.  

 

 

mercoledì 30 settembre 2026

Renato Mariani, Tenente dei Carabinieri. Deportato in Germania. Una Testimonianza I Parte

 Progetto  Il Valore Militare  e le Marche 


Tra pochi giorni ricorre il primo anniversario (dicembre 1944 n.d.c.) della morte del mio Renato e mai come in questo momento -  mentre l'immane guerra perdura e si prolunga il distacco con gli altri cari di famiglia -  sento il bisogno di restargli spiritualmente vicino e confidarmi con Lui, come se lo avessi ancora accanto.

Quel che scriverò non mi interessa saperlo, perché desidero soltanto che questo soliloquio -  mantenuto nella forma più semplice, come semplice fu tutta la Sua vita -

possa sfiorare quella dolcissima Anima e possa rendermene più degno.

Se la sua morte è già lontana nel tempo, la sua memoria rimane in benedizione ed è viva in quanti lo conobbero ed amarono, non solo attraverso il caro ricordo che ha lasciato, ma in modo speciale per la fine che gli è toccata,

La più grande delle guerre, la più radicale delle crisi ha spezzato come festuche, turbinato in aria come pula di frumento sull'aia anime e cose, memorie e vite. Il vento del turbine ha travolto tanti innocenti, e tra questi anche il figliolo mio.

Sembra che un fatale destino abbia segnato i limiti della sua esistenza: Egli nacque con l’altra guerra e con questa è sparito.

Chissà che un qualche presentimento non vi sia  stato in  noi, divenuti negli ultimi tempi, reciprocamente, tanto più riservati. I suoi occhi avevano tante cose da dire le rare volte che ci rivedemmo nell’ultimo triennio, ma la bocca preferiva aprirsi a poche e misurate parole.

Parco di esse era anche nello scrivere, ma in compenso lo faceva più spesso e diventava sempre più affettuoso, più sollecito della famiglia, dei conoscenti, di quanto aveva a caro.

Da parte mia, mi ero abituato a pregare tanto per lui mentre era lontano,  mentre  era in pericolo; a pregare per la sua salvezza e per quella dei suoi compagni e della nostra Patria. Ma quale impressione, quale differenza pregare ora per Lui morto, e morto così tragicamente, lontano da tutti, in terra straniera, senza  una  parola, senza una carezza di persona cara.

Lo scrupolo di avere fatto così poco e di non potere fare più nulla per lui, distaccatosi da noi così in silenzio, privo di alcuna prestazione  da  parte  nostra,  senza  averci  tolto  neppure  un'ora  di  sonno o averci strappato una lacrima preventiva, accresce  oggi  la  mia  amarezza e mi pare di dovergli  tanto  da non  essere  più  sufficiente  il  poco di forze e di vita che ancora mi resta.

Nelle poche  pagine  che seguono, dirò - il più  possibile con  le sue stesse parole - qualcosa che ricordi la Sua breve esistenza. Parlerò della sua infanzia, della sua età della ragione, dei suoi sentimenti, e delle sue passioni, del suo equilibrato buon senso, dei suoi rapporti con parenti ed amici, dei suoi studi, della sua vita militare, della tormentosa sua deportazione, della Sua fine.

Nel dolce suo ricordo, intendo dedicare tutto ciò a coloro che gli vollero e gli vorranno bene, soprattutto ai suoi nipotini, che, fatti grandi, dovranno essere  orgogliosi di Lui. E benché con le lacrime agli occhi, sento di poter parlare serenamente, sia perché credo che la più bella opera di fede è quella della  sopportazione del dolore, sia perché, pur sotto il peso di una immane   ingiustizia,  ricordo   che  il  vero  cristiano  deve  essere  un  umile,  non  già  un   ribel1e, e anche in espiazione delle proprie colpe deve porre una sincera  confidenza nella infinita misericordia di Dio.

Renato, figlio caro, le vie del Signore sono imperscrutabili e noi dobbiamo accettarne la volontà  per il bene dell'anima nostra, per la pace d'Italia e dell’umanità, per la purificazione che ci guida al Cielo.

Cristo  muore  sulla  Croce,  vittima dell'ignoranza. E ai suoi carnefici, dice:

« Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno ».

 

L’infanzia

Egli venne alla luce il 12 febbraio 1918, nella casa di Via Tevere 31, che allora abitavamo. Pochi bimbi credo che fossero attesi come lui. Casa nostra era già stata allietata dal sorriso di due figliole. Naturalmente era aspettato il maschietto.

Non sapevamo che nome dare al caro piccolo. La combinazione dei nomi del nostro casato, come Mario, Marino, Mariano, Manlio era stata già troppo sfruttata nel parentado. D'altra parte i quattro fratelli, più anziani di me, avevano già provveduto a rinnovare i nomi tradizionali di famiglia.

Il suo battesimo fu procrastinato al 14 marzo, affinché la  Mamma stesse già bene e potesse festeggiare l'avvenimento. Lo chiamammo Renato.

Era un bel piccino, ma più che tutto quieto e buono e che lasciava dormire la notte chi aveva lavorato tutto il giorno, Allevato al seno materno, cresceva normalmente in piena sanità, e a 18-20 mesi era già un folletto.

Una prima preoccupazione circa la sua salute, l'avemmo sul finire dell'anno 1919. Eravamo andati a passare il Natale da mia sorella, in provincia di Salerno, e là, tra il sorriso degli aranci e dei limoni, egli si buscò la prima malattia. Di ritorno a Roma, anch'io e la Mamma fummo subito colpiti da quella brutta influenza che prese il nome di “spagnola”, e in particolare la Mamma fu salva per miracolo. Ma tornò presto il sereno in famiglia, e alla scuola delle sorelline, già decenne la prima e quattrenne la seconda, Egli diventava il birichino di casa.

Le stagioni estive del 1920 e del 1921 le passò a Numana ove cominciò a prendere contatto e passione col mare, dal quale non si sarebbe poi distaccato durante le lunghe vacanze scolastiche, e che tanto influì a darli in seguito vigoria   e benessere fisico.

Si fece eccezione solo nel 1922, l'anno in cui nacque Aldo. Quella estate Egli la passò a Veroli, tra le apriche colline olivate della Ciociaria, mentre, dal 1923 in poi, fu sempre a Falconara e ad Osimo, tra il più bel mare e la più bella campagna delle nostre Marche originarie.

Là, in piena aria e in pieno sole, Egli visse i suoi giorni più felici, circondato dall'affetto della famiglia e dei parenti, e senza conoscere ancora i doveri della scuola e della vita.

Io non potevo essere colà che molto raramente e sempre per visite assai fugaci, ma con quanta serenità ritornavo al mio lavoro, dopo essermi sincerato che stavano tutti bene.

Col crescere degli anni, notavamo in Lui sempre più spiccati i segni della sua indole; la docilità e la bontà, a cui più tardi si aggiunsero la fermezza del carattere ed una invidiabile acutezza di giudizio sopra uomini e cose, Ma più che altro la bontà era la nota che lo distingueva. E' rimasto tradizionale in famiglia un suo stato d'animo, manifestato in occasione che il fratellino, il quale andava appena solo, gli ruppe un giocattolo tra i più cari, mentre era sul momento assente.

Noi eravamo nell'imbarazzo per dirglielo e immaginavamo già i suoi strepiti e i  suoi pianti. Egli invece non fiatò e alle nostre domande se la cosa gli avesse dispiaciuto, testualmente rispose: “quasi quasi gli dicio bravo”.

Credo che in questa frase si possa scolpire tutta la bontà e la dolcezza dell'animo suo e non soltanto di quello infantile.

Con la sorella Anna di età a lui più vicina, mentre considerava Maria come una seconda mammina, egli fece il sacramento della Cresima il 24 maggio 1924 e quello della Prima Comunione il 15 gennaio 1928.

Con questa data entrava già nel suo secondo decennio. Anche per lui erano da tempo cominciati i doveri della scuola, ai quali si era accinto se non con entusiasmo con sufficiente volontà.

Per il suo ottavo compleanno, il nonno materno, vecchio professore di Scuola Media, ingegnere-architetto, poeta dialettale, ma soprattutto fine umorista, gli aveva dedicato, perché li sentisse in tutto il suo frizzo, questi versi di sapore un po' pepato:

 

Sì, la festa al nipotino

Va pur fatta, e un regaluccio;

Ma prometta Renatino

D'esser buono e garbatuccio.

Presto impari a far di conto

Senza aiuto delle mani;

A' suoi compiti sia pronto,

Ubbidisca, e un Mariani

Potrà dirsi in verità.

E ancora:

Fior d'agerato.

E' ver ch'è un ragazzetto un po' stordito

Un Mariani di nome Renato?

Ma il ceppo ne promette ch'educato

Diverrà egli presto ed istruito.

E allora il nonno suo vedrà felice,

Fargli il buon nipotin bella cornice.

 

Nonno affettuoso e caro, il quale, nonostante gli acciacchi dell'età, veniva espressamente da Osimo per assistere ad ogni cerimonia familiare e che, da buon precettore, col verso voleva prenderlo per il verso.

domenica 20 settembre 2026

Alessia Biasiolo. Contributo alla Guerra di Spagna.

 

Novant’anni fa inizia la guerra civile spagnola

 

Nel 1930, Miguel Primo de Rivera, ampiamente contestato, lasciò il governo spagnolo che aveva conquistato da capitano generale della Catalogna nel 1923 con un colpo di Stato, e lo stesso re Alfonso XIII, che lo aveva appoggiato, lasciò la Spagna dopo la vittoria del Partito Repubblicano e di quello Socialista alle elezioni del 1931, essendosi compromesso con la politica autoritaria di de Rivera, sostenuto dai monarchici, dai repubblicani di destra, dai conservatori dell’aristocrazia e del ceto medio.

Il Paese risultava spaccato, dal momento che i due fronti si attestavano a circa un punto percentuale di differenza.

Profondamente arretrato dal punto di vista territoriale, soprattutto agrario, a fronte di zone molto industrializzate, soprattutto grazie all’apporto dato dal Paese alla prima guerra mondiale in quanto fornitore di derrate, essendo rimasto neutrale, il regno spagnolo era attraversato da profonde spaccature e rivolte che cercavano di ottenere migliorie di vita per tutti (l’aspettativa di vita era bassa, così come l’alfabetismo, ad esempio); da un lato gli industriali non accettavano un ruolo secondario rispetto agli agrari, ma non erano disposti a troppe concessioni agli operai raccolti in proteste, mentre dall’altro i conservatori esercitavano un potere molto forte.

Le repressioni contro rivoltosi, operai e scioperanti furono sempre violente. Non mancavano problemi anche nell’impero, dal momento che nel 1921, ad esempio, la tremenda sconfitta militare subita in Marocco da parte delle truppe locali, aveva aperto un vasto scontro politico.

In ogni caso, dopo un anno di governo provvisorio, alle elezioni del 1931, il nuovo governo repubblicano di sinistra poté annunciare la nascita della Seconda Repubblica, e per poter superare la crisi economica generata dal crollo della Borsa di New York del 1929, oltre che per modernizzare la Spagna (fatto che negli ultimi cent’anni era sempre stato ostacolato dalle forze conservatrici), cercò di attuare delle politiche riformiste, come la necessaria riforma agraria e quella dell’esercito; il tentativo di togliere la scuola dall’influenza clericale così come si volevano abolire alcune prerogative ecclesiastiche; un nuovo diritto di famiglia accanto all’introduzione del suffragio universale, mentre si prese seriamente in considerazione l’autonomia catalana.

Tutto ciò generò la reazione dei ceti aristocratici e borghesi (che nel frattempo cercavano di mandare all’estero i loro averi, causando un aggravamento delle finanze spagnole), ma anche l’insoddisfazione dei partiti rivoluzionari che ritennero quelle prime misure poco incisive, soprattutto nel modo in cui cercarono di realizzarle. Iniziarono a formarsi gruppi armati di estrema sinistra e di estrema destra che cominciarono ad arrivare agli scontri armati, mentre si lavorava ad una nuova Costituzione repubblicana, annunciata il 27 agosto 1931 e approvata il successivo 9 dicembre.

In quei frangenti, il figlio del dittatore uscente, José Antonio Primo de Rivera, fondò la Falange spagnola, di ispirazione fascista e sostenuta anche da Benito Mussolini, mentre José Maria Gil Robles era a capo di un forte movimento cattolico di stampo reazionario, per sintetizzare le frange di coalizione che erano molto presenti in Spagna in quel momento.

Nell’ottobre del 1931 salì al governo Manuel Azana mentre Zamora divenne presidente della Repubblica.

La lenta applicazione della riforma agraria e l’ostruzionismo dei possidenti, fece esacerbare gli animi. Le terre rimanevano incolte e i contadini non solo non avevano salario, ma nemmeno niente da mangiare, mentre il prezzo del pane saliva e gli operai scioperavano, oppure sabotavano le macchine e rubavano i raccolti. Ogni reazione veniva repressa nella violenza, portando la destra ad incrementare la campagna politica a suo favore.

Questa era di certo aiutata dalla fine della Repubblica di Weimar in Germania e dal fatto che i socialisti andavano dissociandosi dai repubblicani al governo. In un clima incandescente si andò a nuove elezioni politiche nell’autunno del 1933. Il risultato sarà la vittoria della destra, trovandosi in una coalizione diversa ed essendosi spaccato l’accordo che aveva portato la sinistra a vincere le elezioni precedenti. La risposta, anche violenta in certe zone, della sinistra, porterà ad una profonda repressione con una stima di tremila morti, mentre il nuovo governo procedette subito a smantellare tutti i cambiamenti effettuati in quei due anni, alimentando ancora di più il ricorso alla ribellione.

Scioperi e manifestazioni anche non violente sconvolsero il Paese, mentre in vista della mietitura venne autorizzato l’uso di manodopera straniera per ridurre la paga e non darla ai contadini spagnoli.

Alle continue rivolte non violente si rispose ripristinando la legge marziale. Quando nelle Asturie, soprattutto i minatori, organizzarono uno sciopero generale, venne impiegata la Legione straniera richiamata dal Marocco che si macchiò di crimini anche contro donne e bambini. Oltre mille furono i morti e trentamila gli arresti, tra violenze inimmaginabili e torture.

Azana non fece più di tanto e fu necessario un rimpasto di governo, mentre l’esercito venne riformato, soprattutto modernizzandolo, in vista di una guerra civile.

Scosso da due scandali, il governo cadde verso la fine del 1935.

Vennero indette nuove elezioni, mentre Azana stesso tramava per deporre Zamora, troppo conservatore, riuscendo ad essere nominato Presidente della Repubblica, con Prieto primo ministro che tuttavia non appoggiò il governo che cadde. Alla fine, il nuovo capo del governo fece intervenire la Guardia Civil a favore degli agrari, non risolvendo ancora la situazione di tensione.

Alle elezioni del 1936 vinceranno di nuovo i partiti di sinistra riuniti nel Fronte popolare. Il risultato elettorale stavolta non verrà accettato dalla destra, ma le formazioni di sinistra cercarono di ostacolarla, organizzando anche attentati a personalità politiche rivali, tanto che venne assassinato de Rivera.

Nel governo le posizioni intransigenti di tutti non avrebbero portato ad un’intesa e quell’atteggiamento convinse i più che dovesse intervenire l’esercito, in modo da riportare l’ordine nel Paese. Il governo capiva che il potere dei generali era molto alto e, quindi, rimosse Francisco Franco a capo di Stato Maggiore dell’Esercito, provvedendo a trasferirli in altre zone, in modo da ostacolarne l’iniziativa.

I rivoltosi nazionalisti poterono contare sull’appoggio dell’esercito, in modo particolare le truppe di stanza in Marocco, e sulla Legione straniera spagnola ancora al comando del generale Francisco Franco al quale la zona venne assegnata. Venne infatti organizzata una rivolta miliare che, a partire dal 17 luglio, portò quattro armate a ribellarsi al governo repubblicano.

Il complotto venne organizzato dal generale Mola, mentre alcuni falangisti il 12 luglio uccisero l’ufficiale delle Guardie d’assalto repubblicane e il leader dell’opposizione.

Francisco Franco, che era stato trasferito alle Canarie, venne portato in aereo in Marocco dove le sue guarnigioni lo attendevano e da dove la guerra civile prese avvio. Forte di 34mila uomini, il generale ottenne subito successi, ma quello che davvero fece la differenza fu l’ammutinamento della flotta navale che rifiutò di collaborare con i fascisti, portando un vantaggio alla Repubblica, in quanto le truppe di Franco dovettero essere trasferite nel continente in modo alternativo al più pratico trasferimento navale.

Grazie all’appoggio di Italia e Germania, infatti, venne organizzato un ponte aereo inimmaginabile fino ad allora. Lo sbarco avvenne a Siviglia da dove Franco ordinò di procedere verso Madrid: la presa della capitale veniva ritenuta fondamentale.

Franco, diventato noto per aver imposto l’ordine nelle Asturie durante la rivolta dei minatori del 1934, passò in Spagna e formò un governo a Burgos, conservatrice e clericale che non si ribellò come altre città, appoggiato da Germania e Italia, mentre il legittimo governo riusciva a mobilitare la resistenza popolare e i quadri militari rimastigli fedeli, ottenendo l’appoggio dell’Unione Sovietica.

Anche se la destra non lo aveva esattamente calcolato, molta parte della popolazione insorse e occupò città, creando due fronti divisi. La Repubblica decise di armare il popolo, frammentando ancor più la difesa e indispettendo i generali, ma comunque la fragilità degli equilibri fu sempre più chiara.

I nazionalisti non avevano una precisa idea del governo futuro, ma di certo la posizione era centralista, alla quale la Chiesa diede una mano affermando che la loro era una crociata contro le forze del male comuniste e anarchiche. Questo diede coraggio nel cercare di normalizzare le zone occupate dalle armate golpiste che, per portare o riportare l’ordine, si credettero investite della crociata e attuarono delle stragi organizzate, a differenza degli eccidi nelle zone occupate dalle truppe repubblicane che, se c’erano, li vedevano perpetrati da elementi isolati o comunque non organizzati dall’alto.

La Spagna divenne il banco di prova dei rapporti di forza tra chi cercava di impegnarsi a porre un freno al dilagare del fascismo, e chi voleva fermare, invece, il bolscevismo di stampo sovietico, mentre la prova delle nuove armi sarà importante in vista di una nuova guerra mondiale.

Il fronte repubblicano, comunque, era molto diviso al suo interno, rispetto alla compattezza di idee del fronte franchista: in Aragona e Catalogna lavoratori e contadini collettivizzano trasporti, industrie, commercio e acqua, espropriandone i proprietari per gestire le imprese direttamente.

Nel settore agricolo vennero messi in comune raccolti e attrezzature, creando delle comuni che però mantenevano una forte violenza nei confronti del ceto borghese e, soprattutto, del clero, tanto che si conteranno moltissimi religiosi e religiose assassinati. Prevarranno atteggiamenti soprattutto anarchici, denunciati anche da Stalin che riteneva ingiustificati comportamenti che spaventavano la società, pericolosamente creando la necessità di sostenere la parte politica avversa.

Per tutta risposta, i franchisti risposero con eccidi di massa.

In ogni parte del Paese la rabbia anticlericale sconvolse paesi e città, reazione a secoli di repressione, e questo fu uno degli aspetti che maggiormente impressionò della Spagna ultracattolica.

Mentre quasi in ogni zona si moltiplicavano i massacri da una parte e dall’altra, le cifre storicamente accettate dell’uccisione di preti e suore si attestano a 13 vescovi, oltre quattromila sacerdoti, oltre duemila religiosi e circa trecento suore, quasi tutti assassinati nel 1936. I nazionalisti, dal canto loro, uccisero sacerdoti baschi o protestanti, ottenendo nel settembre 1936 l’appoggio alla loro causa da parte di papa Pio XI.

Voci di protesta si levavano da ogni dove.

Il primo ottobre 1936 Francisco Franco ebbe l’investitura di capo di Stato, come prese a chiamarsi da allora, accanto al temine Caudillo, duce, di provenienza medievale.

In questo frangente della guerra civile spagnola, la posizione diplomatica italiana era di orientarsi sempre più verso una politica di preponderanza sul mar Mediterraneo (essenzialmente per evitare un accordo tra Parigi e Madrid), per il momento lasciando da parte le mire sulla regione adriatica, allo stesso tempo avvicinandosi sempre più al Terzo Reich.

Questi, infatti, aveva riconosciuto il dominio italiano sull’Etiopia, riconoscimento che per Mussolini era importantissimo. Intervenire in Spagna esporrà molto il governo fascista italiano: ci furono tra i volontari italiani circa quattromila morti, oltre 11mila feriti, circa sei miliardi di lire di materiale bellico impiegato che non verrà, se non parzialmente, rimborsato dai nazionalisti spagnoli, e soprattutto, non vennero registrate sul campo soltanto vittorie (infatti Franco in futuro bollerà come solo parziale l’aiuto ricevuto dall’Italia).

Ad una battuta d’arresto delle truppe franchiste, Mussolini tra la fine del 1936 e il febbraio 1937, decise di inviare un corpo di spedizione composto da quattro divisioni di Camicie nere costituenti il Corpo Truppe Volontarie al comando del generale Mario Roatta, con un gruppo di forze aeree dell’Aviazione legionaria. Il comando supremo sarebbe stato di Franco, ma con un’ampia autonomia.

Le truppe italiane al comando di Roatta e le truppe nazionaliste spagnole al comando di Quipo de Llano si diressero sulla popolosa Malaga che, pesantemente bombardata e grazie agli agili carri armati italiani, cadde. Il successo, al quale seguirono molti massacri, diede l’idea di una facile vittoria nazionalista, con nuovi obiettivi sia verso Valencia, sia di ipotesi di successo su Madrid. I nuovi scontri portarono ad un numero impressionante di morti, quasi 50mila sui due fronti, senza grandi conquiste territoriali.

A Guadalajara, l’8 marzo seguente, gli uomini al comando del generale Roatta, appoggiati controvoglia dai nazionalisti, attaccarono per cercare di chiudere il cerchio intorno alla capitale.

Dopo un iniziale successo, le piogge torrenziali del pomeriggio fermarono l’avanzata, mentre l’aviazione non poteva decollare.

I repubblicani ne approfittarono, ottenendo un clamoroso successo e una sonora sconfitta per i fascisti, soprattutto sul piano politico e dell’immagine. Tuttavia, dal punto di vista militare, se non si erano persi troppi chilometri di territorio, si perse molto materiale bellico, documenti importanti e molti militari che vennero presi prigionieri. Per tutta risposta, i nazionalisti si resero conto che le forze avversarie erano molto forti nel cuore della Spagna, e che quindi dovevano essere battute in altre aree, ad esempio dove le risorse minerarie e le fabbriche erano più concentrate e attive.

Il generale Roatta venne sostituito da Ettore Bastico e Gastone Gambara che procedettero alla riorganizzazione delle truppe volontarie, anche se divenne evidente la perdita di fiducia nelle truppe italiane a favore di quelle tedesche.

Venne presa d’assalto Bilbao, assieme ad altre cittadine, mentre in pochi giorni si assistette alla tristemente famosa azione contro Guernica, antica capitale dei Paesi Baschi, che il 26 aprile 1937 venne colpita pesantemente dall’aviazione provocando il massacro di civili che suscitò l’indignazione internazionale.

Bilbao cadde il 19 giugno seguente. La risposta repubblicana non si fece attendere con un attacco a sorpresa su Brunete che rischiò di isolare le truppe nazionaliste verso Madrid, ritardando la conquista franchista dei Paesi Baschi.

Verso la metà di agosto, i nazionalisti ripresero la marcia verso Santander, che si arrese il 26 del mese ad una divisione di volontari. Nei due mesi seguenti continuarono i combattimenti sulle Asturie.

Il governo di Largo Caballero si dimostrava incapace di gestire i quadri repubblicani, soprattutto anarchici, con i comunisti che sostenevano un nuovo ministero repubblicano, ma convinti dell’indifendibilità di Madrid che, in effetti, veniva difesa da forze provenienti da molti altri Paesi, mantenendo la resistenza che si protrasse per ventotto mesi grazie allo stoicismo della popolazione e delle truppe volontarie.

Il 16 maggio 1937 Caballero perse la fiducia del governo che venne poi formato da Negrìn. Egli sostenne la politica dei comunisti che cercavano sia di vincere la guerra, sia di accentrare il comando nelle mani del partito, ritenuto lo strumento essenziale per salvare la Repubblica, mentre altri partiti speravano in una maggiore presa dei liberali, appoggiati da Azana che auspicava la sostituzione di Francia e Gran Bretagna all’Unione Sovietica, sostenitrice dei repubblicani spagnoli.

Morti gli altri generali, Franco procedette all’acquisizione dei poteri politici, istituendo il primo governo regolare alla fine di gennaio del 1938, chiudendo la parentesi di Burgos.

L’inverno freddo fermò per un paio di mesi le operazioni militari che, comunque, vedevano la netta predominanza nazionalista, e si arrivò alla battaglia dell’Ebro iniziata l’8 marzo 1938.

Alla metà di marzo venne bombardata Barcellona, una sorta di rivincita di Mussolini che aveva dovuto incassare l’annessione tedesca dell’Austria; il 5 aprile cadde Lleida, mentre il governo di Negrìn si trovò ad avere ampio consenso, ma a dover cedere la maggior parte dei comandi ai comunisti.

Se a questo punto Franco avrebbe dovuto concludere la conquista della Catalogna, ricca di industrie preziose per lo sforzo bellico, vi rinunciò perché aveva più mire politiche che militari. Lasciare sul campo troppi repubblicani poteva esser controproducente per i risultati politici al termine della guerra, e di quella lentezza si lamentarono ripetutamente anche Mussolini e i tedeschi.

La battaglia dell’Ebro fu fermata a favore dell’attacco su Valencia, perché il Caudillo voleva mantenere l’impegno tedesco in Spagna, tanto che aumentò le concessioni minerarie a favore del Reich, così come aumentò l’impegno italiano, con l’invio di nuove forze di terra, per dare ancora più forza ai nazionalisti.

Il governo repubblicano chiuse i confini con la Francia per rendere difficile l’approvvigionamento della Catalogna.

Si moltiplicarono i raid aerei italo-tedeschi su Alicante, Barcellona, Valencia e sulla flotta britannica. Gli inglesi, malgrado tutto, mantennero un atteggiamento debole nei confronti del governo spagnolo.

Ripresa la battaglia dell’Ebro, i risultati furono deludenti e molto criticati: i risultati certi da entrambe le parti furono l’impressionante numero di morti e feriti. Le truppe repubblicane, comunque, ebbero la peggio soprattutto per il morale sempre più basso che portò a numerose defezioni nell’arco del 1938, soprattutto di socialisti e anarchici, mentre le condizioni per la popolazione erano misere e senza speranza.

Alla Conferenza di Monaco del settembre 1938, Negrìn cercò di porre la questione spagnola come di un affare interno, annunciando che ogni truppa volontaria avrebbe lasciato il Paese: dopo le ulteriori annessioni tedesche, Negrìn sperava in un coinvolgimento bellico di Germania e Italia che avrebbe portato le due dittature a ritirare le proprie truppe dal suolo spagnolo, ma ancora una volta la comunità internazionale si piegò alle volontà di Hitler.

In realtà anche l’Unione Sovietica ridusse il suo impegno spagnolo, determinando la fine dell’appoggio ai repubblicani.

Franco sferrò l’attacco finale su Madrid il 23 dicembre 1938, anticipato dall’azione del generale Gambara.

Il 15 gennaio 1939 cadde Tarragona, il 10 febbraio la Catalogna era completamente in mano ai nazionalisti. Azana andò in esilio rassegnando le dimissioni, seguito da Negrìn e dal generale Rojo.

Francia e Gran Bretagna riconobbero il governo franchista il 27 febbraio 1939 e la Repubblica, che controllava ancora circa un terzo del territorio nazionale, si trovò nel caos.

Il mese seguente venne firmato un patto di non aggressione con il Portogallo retto dal dittatore Salazar.

Il colonnello Casado, per porre fine alla guerra civile, costituì a Madrid una Giunta di Difesa Nazionale opponendosi a Negrìn e ai comunisti che volevano continuare la lotta.

Cercava una resa condizionata che Franco non accettò, marciando su Madrid mentre le truppe repubblicane deponevano le armi. Il 27 marzo la città cadde nelle mani dei nazionalisti, la Spagna all’ultimo giorno del mese.

Il primo aprile 1939 Franco annunciò la fine della guerra.

L’epurazione che seguì fu crudele, come scrisse Galeazzo Ciano in un suo rapporto.

Franco divenne capo di una nazione piegata dagli anni di rivolte e conflitti, con l’agricoltura quasi ferma, il popolo alla fame, i materiali distrutti, la manodopera persa. Uno dei primi provvedimenti del regime fu la restituzione delle terre ai proprietari, cancellando l’illusione della modernità che si stava faticosamente raggiungendo.

Al termine della guerra civile, la Spagna si trovò alle porte di un secondo conflitto mondiale, nel quale gli alleati dell’Asse la volevano coinvolta, se non altro per il contributo datole e per evitare un accordo con la Francia. Francisco Franco mantenne molti uomini sotto le armi, ma era ben consapevole di dover rifondere i suoi sostenitori, di non avere materiale bellico adatto ad un’altra guerra (anche quello datogli dai sostenitori era logoro e, comunque, doveva essere pagato) e la situazione interna non lo faceva propendere per un intervento. 

Uscì comunque dalla Società delle Nazioni, come avevano fatto Italia e Germania, pensando che, ancora una volta, tutti avrebbero lasciato fare a Hitler e nessuna guerra ci sarebbe stata in Europa.

Quindi dopo il primo settembre 1939 dichiarò la neutralità spagnola, pur se le simpatie per le dittature dell’Asse non era cambiata.

La sua lentezza fu evidente anche in questo caso: in attesa di vedere come procedeva la guerra sul campo, e pronto ad entrarvi se davvero l’Asse fosse stata sul punto di vincere, Franco si rendeva sempre più conto dell’inadeguatezza della Spagna ad un conflitto e le vicende del Nord Africa in breve gli diedero ragione.

Intanto la repressione proseguiva, anche con l‘aiuto nazista che, arrestati dei repubblicani in Francia, li consegnò alla Spagna dove vennero giustiziati. L’occupazione tedesca della Francia fu un altro momento terribile per i rifugiati repubblicani, infatti, perché gli esuli che non riuscirono a fuggire all’estero caddero nelle mani degli occupanti tedeschi o dei loro affiliati.

Un esempio è Largo Caballero che venne arrestato, trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen dove morì nel 1944.

Molti spagnoli, si calcola circa 15mila, vennero impiegati nell’Organizzazione Todt, soprattutto per la costruzione del Vallo Atlantico.

Si realizzò un vero e proprio terrore franchista, con campi di internamento e prigionieri utilizzati come forza lavoro, soprattutto nelle cave o per la ricostruzione delle cittadine distrutte.

Alessia Biasiolo