Le Brigate di fanteria "marchigiane": Marche, Ancona, Macerata, Pesaro, Piceno

Le Brigate di fanteria "marchigiane": Marche, Ancona, Macerata, Pesaro, Piceno
Le Marche e la Grande Guerra. Il volume è disponibile in tutte le librerie. Si può ordinare alla Casa Editrice, (ordini@nuovacultura.it). Node su www.storiainlaboratorio.blogspot.com

sabato 31 ottobre 2026

Renato Mariani Una Testimonianza I Parte

 


L'OBBROBRIO DELLA DEPORTAZIONE E LA SUA FINE.

 

La sera del 6 ottobre Egli tornò a casa all'ora solita. Mentre stava cenando, ebbe però una chiamata telefonica. Era un suo collega di caserma, il quale lo avvertiva che, per ordine del Maggiore, l'indomani mattina doveva trovarsi in sede alle ore cinque. In quel momento, già ora di coprifuoco, pioveva abbondantemente, come sa piovere a Roma di ottobre quando ci si mette. Intesi che Egli opponeva difficoltà per l'ora troppo mattutina, per l'assenza del tram e anche per la pioggia, che probabilmente non sarebbe cessata. Si lasciò col collega, pregandolo che almeno lo mandassero a prendere a mezzo di un camion. Tuttavia, prima di coricarsi Egli caricò la sveglia e alle quattro e mezzo del mattino già si stava vestendo. Venne a salutarmi e poco dopo, nonostante la pioggia, era al portone. Sento ancora nel silenzio della notte il colpo di chiusura del medesimo. Egli uscì indossando la divisa nera con stivaloni e l'impermeabile di prescrizione. Poco dopo che se ne andò, sentii passare un primo tram. Mi augurai che potesse prenderlo, perché gli fossero evitati 4-5 chilometri di cammino sotto la pioggia.

Ho motivo di credere che, appena giunto in caserma, Egli si sia reso conto dell'ignobile agguato che gli era stato teso, tanto che a testimonianza di un compagno ora tornato dalla prigionia - si accingeva ad abbandonare la caserma. Malauguratamente venne fatto raggiungere e gli fu imposto di trattenersi. Più tardi il Maggiore e il Colonnello pretesero da ciascuno la parola di non tentare la fuga, asserendo che, in caso contrario, grave responsabilità sarebbe ricaduta su sé stessi. In sostanza anche Egli era caduto in mano ai tedeschi, alla cui cattura era riuscito a scappare soggiacendo all'odissea del settembre.

Tuttavia, forse con un filo di speranza nel cuore che potesse trattarsi di un momentaneo fermo per semplici chiarificazioni, prima delle 7 Egli mi telefonò dalla caserma, rassicurandomi che non c'era nulla di nuovo.

Io andai al lavoro come al solito, ma, verso le 10, una brava Signora mi chiamò al telefono, pregandomi di passare da lei per una urgente comunicazione. Vi corsi sull’istante e fui informato che in un'altra caserma, a lei vicina, stava perpetrandosi la cattura di tutti i Carabinieri. Mi precipitai allora al a caserma Podgora, che non sapevo neanche ove fosse di preciso, ma appena giunto in quei paraggi mi apparve subito che anche lì il fatto fosse compiuto. Gruppi di paracadutisti tedeschi nell'odiosa divisa e in pieno assetto di guerra erano a tutti gli angoli del vecchio Trastevere a compiere la grande eroica impresa della cattura dei Carabinieri Reali d'Italia, consegnati inermi da mani italiane.

Con la guida di qualche popolano, riuscii a portarmi fino al cancello della caserma e vidi che Renato passeggiava con altri compagni nell'ampio cortile per asciugarsi della pioggia presa al mattino ad uno scialbo raggio di sole. Nel suo sconfortato saluto, vidi tutto il suo profondo avvilimento ed ebbi la netta percezione di quanto sarebbe capitato al nostro disgraziato paese.

Da persona che in quel momento usciva, Egli mi fece sapere che sperava di poter venire a casa prima di sera, almeno per cambiarsi e per rifornirsi. Io tornai a riaffacciarmi nelle vicinanze della caserma durante il pomeriggio, ma tutte le vie di accesso erano sbarrate e presidiate dai tedeschi armati fino ai denti e non mi fu possibile vederlo. Passò la sera, sopraggiunse la notte ed Egli non venne.

L'8 mattina corsi di nuovo a Ponte Sisto che trovai, però, sguarnito dalla soldataglia. Fui riconosciuto da un vecchietto trasteverino, che doveva aver notato il giorno innanzi il mio affanno paterno, e con gli occhi umidi di lacrime mi disse che, durante le ore della notte e nelle prime ore del mattino, erano stati portati via tutti. «Poveri figli nostri, aggiunse, li abbiamo salutati noi del rione per le proprie famiglie e abbiamo loro battute le mani».

Credevo che Renato fosse già partito. Nelle prime ore pomeridiane mi raggiunse, invece, in casa questa secca telefonata (chi parlava non volle dire chi fosse):» Il S. Tenente Mariani parte tra poco dalla stazione Ostiense. Potete portargli un necessaire da viaggio e qualche cosa per mangiare stasera». Ci precipitammo la domestica ed io alla lontana stazione.  Aldo, dovè, per prudenza, rinunziarvi, dato che i giovani venivano allora braccati. Là trovammo lo zio Innocenzo, che vi era accorso anch'egli nella speranza di salutarlo.

I pressi della stazione erano pieni di animazione, perché, oltre i familiari chiamati a salutare i partenti, vi affluivano in quel momento grossi reparti dei bravi Ufficiali delle Divisioni Piave, Ariete e Montebello, i quali, avendo combattuto contro i tedeschi, da vari giorni erano stati isolati in campi di concentramento ad Ostia e che sarebbero partiti con lo stesso treno. Nel volto di quei giovani, consci del loro destino, non c'erano che odio e fierezza.

L'ingresso alla stazione era vietato: alle urla selvaggie dei tedeschi faceva però degno riscontro il comportamento zelantissimo degli azzimati militi della Polizia Africa Italiana (P. A. I.). In un primo momento sembrò che si dovesse consegnare soltanto i pacchi, che furono anzi bruscamente ritirati, senza che i familiari potessero essere ammessi a vedere i loro cari. Venne poi dato, invece, l'ordine di accesso alla pensilina della stazione, dalla quale, a distanza di una cinquantina di metri, si poteva vedere nel più lontano binario il treno formato per la partenza. I finestrini del convoglio erano affollati dai deportandi, ma io riuscii ad individuare mio figlio e ci salutammo alla voce. Lo invitai con i gesti a scendere sul marciapiede ed Egli scese, seguito subito da altri compagni. In quel momento, però, fu dato il consenso di avvicinarsi al treno per un breve saluto. Potemmo così abbracciarci e scambiare in fretta qualche parola. Egli partiva con quel che indossava, ma mi disse di avere in tasca abbastanza denaro e di essersi procurato qualche maglia e un po' di biancheria. Dove avrebbero avviati tanti giovani Ufficiali? I pareri erano discordi. Chi parlava vagamente dell'alta Italia, chi di Bolzano, Egli accennò a Tarvisio. Ritenevano tutti di dover essere soltanto interrogati: per lui, che si trovava a Roma solo da pochi giorni, l'affare avrebbe potuto essere ancora più semplice.

Se questa poteva essere la nostra coscienza, quale logica risultante del nostro pensiero, ma anche ora non so se lo fosse, il presentimento dell'animo e la voce del cuore erano però ben altri. Sentivamo tutti che un gran fatto stava per compiersi. Egli si sforzava a vincere la sua interna emozione ed io bramavo quasi che il treno affrettasse la partenza per non fargli apparire la mia. Notai che il lungo convoglio era tutto formato di vetture di seconda classe, a carico completo, con otto Ufficiali per ogni scompartimento. Presi il nome di qualche suo compagno di vettura che per essere di famiglia romana poteva riuscirmi di utile collegamento. Quindi, con gli ultimi saluti e l'abbraccio più affettuoso, rivolsi a Renato una speciale raccomandazione che in altri distacchi mai mi ero sognato di fargli, quella di riportare a casa la pelle.

Poi ce ne andammo, prima che il treno si muovesse, tanto la scena era dolorosa per tutti. L'ultima nostra occhiata fu di quelle che non si dimenticano.

Quale sarebbe stato da allora il suo destino? Egli aveva come sempre una sola preoccupazione, quella di non farci stare in pena per lui. Già, da Firenze, il 9 scriveva: «Caro babbo, il viaggio va ottimamente. Stai tranquillo per me che tutto andrà bene. Cari saluti a tutti». Sulla cartolina, di mano non sua, c'era però già la scritta a lapis «Prigioniero di guerra» e il timbro postale della Croce Rossa Italiana, Ufficio notizie prigionieri di guerra.

Lo stesso giorno 9, da Ferrara, Egli mandava quest'altra cartolina: «Cari saluti, morale altissimo». E il 10 da Tarvisio, faceva impostare da una compiacente Signora, che aggiunse anche il proprio indirizzo, questa cartolina: «Continuiamo il nostro viaggio. Io sto benissimo. Non scrivere nulla di me a Maria e ad Anna». Quanta finezza d'animo nel voler risparmiare un immediato dolore alle sorelle!

Da allora, un cupo periodo di silenzio passò per noi fino al 28 novembre, allorché ricevemmo da Biala Podlaska (Distretto di Lublino in Polonia) una cartolina a stampa con la sua semplice firma, dalla quale risultava che era internato in quel Campo N. 366.

Altre notizie non giunsero più tardi che il 7 e il 13 dicembre. Con la prima cartolina, portante la data del 13 novembre, egli scriveva: «Babbo carissimo non darti pensiero di me. In salute sto benissimo, il morale è alto e non ho bisogno di alcuna cosa. Attendo notizie di tutti voi e particolarmente di Aldo. Stai pure tranquillo, presto ci rivedremo, la cara Mamma mi aiuterà a passare questo difficile periodo. Ti bacio con affetto». Come era prudente, accorto, misurato, sapendo che ogni parola avrebbe formato oggetto di spietata censura.

Con la seconda ed ultima cartolina del 25 novembre, illudendosi di poter avere pacchi; scriveva infine: «Caro babbo, le mie condizioni di salute sempre ottime. Fino al 15 dicembre puoi inviare liberamente pacchi da 5 chilogrammi che potrai farmi spedire anche da amici. Oltre tale data, dovrai servirti di tagliandi che ti farò pervenire. Preferisco roba da mangiare, ma stai tranquillo che non mi manca nulla. Scrivimi molto spesso, non ho ancora vostre notizie, puoi usare anche carta comune. Ti bacio con tanto affetto».

Quale contrasto tra l'affannosa richiesta di pacchi e quel preferisco roba da mangiare con l'assicurazione che non gli mancava nulla. Inutile dire che, appena ricevuto il suo indirizzo e assai spesso in seguito, noi gli scrivemmo e gli demmo incoraggianti notizie. Vincendo non poche difficoltà, si riuscì anche a spedirgli un pacco, proprio il 15 dicembre. Un pensiero assillante ci era sempre compagno in ogni ora della nostra vita, quello del freddo della Polonia e dei disagi, forse della fame del campo di concentramento. Venne il Natale, si iniziò l'anno nuovo e le sue notizie non giungevano ancora. Secondo il suo desiderio, con le sorelle lontane avevo fino allora mantenuto il segreto della sua prigionia.

Soltanto il I 6 gennaio tornò indietro, respinta dal campo al mittente, una mia lettera alla quale era stata aggiunta una annotazione a lapis: «Deceduto 28. 12 ». Questa lettera capitò in mano ad Aldo, il quale ebbe cura di tenermela gelosamente nascosta. Ma si può comprendere come questi abbia vissuto da allora, tutto chiuso in sè stesso, ore tremende. L'unica sua speranza era riposta nel fatto che la notizia non era ufficiale. Tuttavia, con l'aiuto di amici, riuscì a far telegrafare al Campo per tre diverse vie.

Le risposte giunsero tutte insieme i primi giorni di febbraio e confermarono purtroppo la tragica realtà.

Ormai questa era a conoscenza di molti. Soltanto io continuavo a lambiccarmi il cervello, chiedendomi perché dal 13 dicembre non avevo avuto notizie, tanto più che altri compagni romani avevano successivamente scritto alle proprie famiglie. Mi sforzavo a giustificare il ritardo, ed era questa tutta la mia speranza, attribuendolo al fatto di uno spostamento di Campo, oppure di uno smarrimento postale. Nelle nostre veglie serali, avevo però notato due volte che, mentre mi accingevo a scrivere a Renato, Aldo me ne aveva sconsigliato, come cosa che avrei potuto rinviare al domani. Al che, naturalmente, non mi ero piegato. Anche un'altra sera, mi ero accorto che, al momento di andare al letto, Aldo aveva gli occhi arrossati dal pianto. Mi balenò alla mente qualche sospetto e gliene chiesi ragione; ma egli mi rispose che era molto raffreddato. Alle sorelle, alle quali in gennaio avevo dovuto alfine far sapere la verità, scrivevo spesso di Lui, nella speranza di poter loro comunicare un prossimo suo ritorno.

Ma la triste irreparabile notizia venne ed io la appresi -  strana coincidenza con l'analoga data da lui notata ad Arsia -  proprio nel giorno del mio compleanno, il 4 febbraio. Avevo da poco terminato di desinare, senza che Aldo, più serio che mai, mi avesse rivolto un augurio, allorché sopraggiunse lo zio Innocenzo. La sua visita ad ora insolita e le prime battute del suo discorso bastarono a farmi capire tutto. Presi la mazzata con sufficiente rassegnazione, pur sentendo che tutto il mondo mi crollava addosso. Si dice che un padre non dovrebbe mai perdere un figlio. Che dire allora per una perdita che avviene a 25 anni e per giunta tra gli stenti del freddo e della fame?

Ringrazio ancora la Provvidenza di avermi fatto apprendere la fatale notizia in un particolare momento, quando i doveri del mio ufficio non ammettevano - per chiunque avesse coscienza - defezioni o possibili soste dal lavoro. Dal 14 dicembre, mentre Egli cadeva infermo, ero costretto infatti ad assumere la direzione dei Servizi dell'Alimentazione di Roma e delle 16 provincie ad essa circostanti; e l'approvvigionamento della Capitale, con i suoi due milioni di abitanti e i suoi cento mila bimbi affamati, costituiva per me l’incubo più tremendo.  Così che, dopo 24 ore di meditazione sulla Sua fine immeritata, fu per me giocoforza tornare al mio tavolo e rimettermi al lavoro, che è il migliore lavacro e il più fido compagno del dolore.

Intanto, mentre la conferma della sua morte giungeva a Roma, a Milano perveniva la pietosa comunicazione del Cappellano del Campo di concentramento. Questa era data al cognato Scarponi con lettera del 31 dicembre e faceva risalire il decesso a setticemia causata dalla disfunzione del fegato. La lettera continuava: «il buon Renato, da me assistito nel decorso di sua malattia manifestatasi l'11 corrente, si è spento serenamente alle 6,30 del 28 dicembre 1943 col pensiero rivolto al babbo e a tutti i suoi cari. Rassegnato e forte ha aspettato senza timore la chiamata di Dio. Egli fu sepolto con solenni onori militari e accompagnato da fedeli amici nel Cimitero militare del Campo, e tutto è stato disposto perché, se un giorno lo si volesse, le Sue ossa possano essere recuperate».

Si può immaginare come tale lettera, che a primo acchito fu ritenuta proveniente da Lui, venne letta da Maria e da Pippo, i quali la ricevettero insieme. E quale angoscia essa determinò poi a Bordighera, ove Anna apprese la Sua morte appena una settimana dopo di aver saputo della sua prigionia.

È toccato attendere il ritorno di qualche suo compagno e del Cappellano per avere il conforto di qualche ulteriore ragguaglio. Non è una novità che ogni guerra, oltre la strage dei morti e dei feriti, rende assai penosa la sorte dei prigionieri catturati sul campo di battaglia. Ma la sorte degli internati di guerra in Germania costituisce e dovrà costituire una pagina di dolore e di vergogna per il nostro Paese, tanto più che non si tratta di un ristretto numero di vittime, di poche centinaia o migliaia di uomini, ma di circa un milione. Orbene, nulla si è fatto per impedire la cattura di questi sventurati, che a Roma almeno furono rastrellati col zelante concorso di altri Corpi di Polizia italiani, e nulla si è fatto per assisterli o per mitigarne le sofferenze. Anche l'invio della corrispondenza e dei pacchi ha avuto luogo in modo deplorevole. Venivano spesso annunziate sui giornali e alla radio, da parte del comando tedesco o dell'allora Governo, istruzioni in apparenza benevoli, ma che gli uffici della Croce Rossa, chiamati ad applicarle, recisamente smentivano. Un'altro episodio potrebbe bastare. L'unico modulo a stampa­ di richiesta di un pacco, evidentemente redatto prima del dicembre, perché munito della sua firma, è pervenuto il 19 aprile, quattro mesi dopo la Sua morte. Meno ancora efficace è stato l'interessamento delle nostre autorità militari e del Ministero della Guerra durante il risuscitato Governo fascista, verso questi compagni di sventura. Personalmente, io mi rivolsi in novembre, all’ora Comando dell'Arma dei Carabinieri di Roma per avere qualche notizia sulla sorte di mio figlio. Ebbi l'onore di parlare con un Generale, dal quale non partivano che invettive contro coloro che non avevano aderito o che ancora non aderivano al nuovo regime. Non mi restò che voltargli le spalle, né ci tornai più. Eppure, anche oggi, a un anno dalla Sua morte, non si è avuta ancora una notizia ufficiale che lo riguardi, non si è avuta la restituzione di un suo ricordo personale, nulla.

Solo i suoi compagni, i suoi cari compagni di prigionia, oggi miei figli anch'essi pur se ne taccio i nomi, mi hanno portato l'eco fedele delle pene condivise da tutti, l'eco lontana dei desideri e dei rimpianti comuni, una vera parola sulla Sua fine.

 

Guardo ora negli occhi la cara Sua immagine, che mi sta quì da canto e che sembra avermi fino ad ora tenuto la penna, per essere anche più sobrio e sereno in queste ultime parole. So finalmente come ebbe luogo l'infame cattura, avvenuta con la complicità di superiori diretti e per tassativa disposizione del nuovo Comandante dell'Arma. Fu detto agli interessati che, per subire un interrogatorio, sarebbero stati condotti in alta Italia e che, chiarita la personale situazione di ciascuno, sarebbero tornati al loro normale servizio. Ma, dopo Ferrara e Padova, non vi fu più dubbio che la loro sorte era quella della deportazione.

Taluni provvidero a scappare mentre erano ancora in territorio italiano, in essi compreso qualche comandante della caserma Podgora che maggiormente aveva fatto pressione sugli altri per una fedele obbedienza. Renato non scappò e ne intuisco le ragioni. Egli aveva ancora sul gobbo la penosa odissea di venti giorni prima e, come ho ricordato, io gli avevo raccomandato, in partenza, di riportare a casa la pelle. Quanti invece la perdettero nel tentativo di evasione, a seguito della sparatoria che le sentinelle tedesche facevano dal treno nei propizi rallentamenti, fraternamente escogitati dai nostri bravi ferrovieri. Si dice che venissero recuperate le giacche insanguinate dei colpiti, perché dai documenti in esse contenuti potesse compiersi il riconoscimento del caduti.

Ma questo accadeva ancora in Italia. Dopo Tarvisio, la scena cambiò aspetto. Dai vagoni di seconda classe gli Ufficiali italiani, del paese «alleato» vennero passati e chiusi per due giorni in carri bestiame. L'affollamento era tale che essi dovevano alternarsi per potere qualche volta stendersi un poco. E così attraversarono l'Austria e la Germania per essere condotti fino a Meppen, sul confine olandese. Ma appena dieci giorni dopo l'arrivo colà, un altro penoso, più lungo viaggio si profilava verso l’Europa orientale, verso la Polonia.

L'arrivo a destino, al campo di Biala Podlaska, nel distretto di Lublino, avvenne in una data già fatidica per il nostro paese, il 28 ottobre. Il campo di Biala era stato adibito fino allora ai prigionieri russi, ma, su ricorso della Croce Rossa Internazionale, venne riconosciuto inospitale per la completa mancanza di acqua potabile e di servizi igienici. Quello che non era utilizzabile per i prigionieri di guerra poteva, però, ottimamente «passare» per i deportati della nazione alleata. E lì, in pieno inverno, suddivisi in tante baracche, cominciò la dolorosa via crucis di tanti cari giovani, fatta non solo di privazioni alimentari, ma di sofferenze morali, di umiliazioni patite, di mancanza assoluta di corrispondenza da parte delle proprie famiglie.

Era così, con questi sistemi, che si voleva strappare una adesione al nuovo regime. Soltanto con la rinunzia al giuramento prestato e violentando la propria coscienza si sarebbe potuto aspirare a un migliore trattamento alimentare e al desiderato ritorno in patria.

Quali interni affanni, quali intime lotte per la sua indomita fierezza!

Unico refrigerio nelle brevi, ma interminabili giornate, deve essere stato per Lui il pensiero della famiglia. Dicono i suoi più cari compagni che Egli parlava spesso delle sorelle, come se le avessero anch'essi conosciute, del fratello, dei nipotini, di me; che progettava viaggi in loro compagnia per recarsi insieme ad Osimo e a Bordighera: che non poteva rassegnarsi alla mancanza di nostre notizie. Poi venne la malattia. Non soltanto Renato venne colpito da una forma ittero catarrale, nè i primi giorni essa suscitò serie preoccupazioni. Lo avevano trasportato nell'infermeria del Campo ed era

curato da un medico tedesco e da uno italiano. Chissà che Egli non abbia ancora scritto dopo il 25 novembre e che la lettera sia andata smarrita. Certo è che il giorno di Natale parve star meglio, che si era alzato dal letto, che aveva riveduto alcuni compagni. La sera, invece, ebbe luogo il peggioramento e ogni speranza di salvarlo fu subito perduta. Anche nel delirio della febbre, Egli invocava le nostre lettere, le nostre notizie e parlava di Osimo. . . forse come mèta ormai irraggiungibile per la sua estrema dimora.

La morte lo colse il 28 dicembre, giorno dedicato ai SS. Innocenti e Martiri. E finalmente, il 30, prima che Egli venisse sepolto, giunsero al Campo quelle nostre lettere da lui tanto invocate.

Anch'io ho ora ricevuto dalla pietà dei suoi compagni qualche ricordo: il suo sgualcito berretto da ufficiale, il suo cinturone, i suoi speroni, un calzettone da lui adattato a copri apo, forse per ripararsi dal freddo della notte, le bretelle, una ciocca dei suoi bei capelli. Tutto qui della sua fiorente esistenza, dei suoi 25 anni, delle speranze in Lui riposte. Le altre piccole cose da Lui lasciate, e che sarebbero dovute venire per il tramite dell'Ufficio-notizie dell'esercito tedesco, chissà se giungeranno mai più.

Nell'angoscioso rimpianto per la Sua fine immatura, mi sono talvolta domandato se, come padre, non avessi potuto fare qualche cosa di più per Lui, soprattutto negli ultimi tempi, per evitargli la tremenda sorte che gli è toccata. Può essere una ingenuità anche questa, ma preferisco aver lasciato agire l'inesorabile destino. Attraverso il suo sacrificio, e a quale prezzo, abbiamo pagato anche noi il doloroso tributo agli orrori della guerra.

Per quanto la dura prova non sia purtroppo finita, un barlume di pace sta profilandosi all'orizzonte.

Possa essa realizzarsi al più presto, perché sia posta fine a tante sciagure e a tanti lutti e perché gli innumerevoli assenti siano finalmente restituiti alle proprie famiglie.

A coloro che come Renato non tornarono, ai combattenti di qualunque arma che più non torneranno, a tutte le vittime della guerra sanguinosa, salgano il ricordo più commosso e la fede che - accolti in una vita che nulla può più troncare e avvilire -      Essi saranno presso Iddio pietoso che con le eterne misericordie li compensa da ogni mortale patimento, gli intercessori più degni.

 

 

21 dicembre 1944·

 

martedì 20 ottobre 2026

Renato Mariani Tenente dei Carabinieri. Deportato in Germania. Una Testimonianza III Parte

 

LA VITA MILITARE.

Con la madre ad Osimo 

 

Poco dopo il suo ritorno da Formia scoppiava la guerra mondiale e purtroppo, con l'inizio del 1940, ogni giorno più si profilava anche la nostra entrata nello sciagurato conflitto. Anche la parte che noi vi avremmo preso era fatalmente segnata. Per Renato, ormai ventiduenne, non ci sarebbe stata via di uscita: gli studi universitari e l'incarico presso la Confederazione dell'Industria sarebbero da un momento all'altro saltati in aria. Tra noi non si parlava troppo dell'argomento. Egli dimostrava anzi la più olimpica calma. Sia prima che dopo che la nostra guerra fosse dichiarata, con la solita sua precisione di giudizio, aveva manifestato, però, in famiglia e fra amici, la propria fermissima opinione al riguardo. Egli riteneva cioè che la partita sarebbe stata ardua, lunga e densa di incognite e di sorprese; perché, lungi dal credere alla nostra potenza militare e al valore dei capi, Egli obiettivamente valutava, al giusto grado, le possibilità immediate e future dell'altra parte in contesa.

Con tutto ciò, a un mese appena dalla nostra dichiarazione di guerra, il 13 luglio Egli doveva partire per compiere il corso di Allievo Ufficiale di Complemento alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo, donde fu trasferito a quella di Fanteria di Fano.

Io andai a trovarlo per poche ore, il 4 agosto e il 9 ottobre, sia nell'una che nell'altra sede, ove compiva regolarmente la sua istruzione, fino a che, esaurito il corso con la nomina a Sottotenente di Fanteria, il 15 novembre non tornò in famiglia. Qui Egli riprese le lezioni universitarie e anche il suo lavoro presso la Confederazione dell'Industria; ma, qualche mese prima del previsto, il 10 febbraio 1941, partiva per Ascoli Piceno, arruolato in quel 49° Reggimento Fanteria.

Di là, in una lettera alla sorella Maria e a conferma del suo attaccamento verso di lei, del cognato e dei nipotini, egli dichiarava che «le lettere migliori, le più efficaci, le più affettuose sono quelle che non si scrivono, perché il pensiero che abbraccia una immensità di sensazioni non può essere costretto nella falsariga di alcune parole».

La vita militare lo aveva preso ormai nella morsa, talché dopo un certo periodo di manovre a Montefortino e dopo un corso accelerato per armi speciali a Civitavecchia, Egli fu mobilitato e distaccato a Tortona e a Novi Ligure.

In quel turno di tempo ci si vide pochissimo. Egli aveva fatto appena qualche apparizione in marzo e in giugno per sostenere gli esami universitari e aveva potuto ottenere un giorno di licenza, il 2 ottobre, per assistere con noi, ad Osimo, alla traslazione della salma materna nella tomba di famiglia.

A questo punto, non posso tenere per me quanto si potrebbe considerare -  se il destino ci fosse contrario -  come una triste ironia della sorte. In quella circostanza, riunendo in seno alla terra natale le spoglie dei nostri cari, volemmo che ciò fosse scritto nel marmo della piccola Cappella. Quale peggiore disdetta sarebbe se non si potesse un giorno raccogliere in quel sacro luogo anche le spoglie adorate di mio figlio, rimaste a riposare così lontane dalla Patria?

L'assolvimento dei doveri militari non lo aveva trattenuto dall'essere in pari con gli esami universitari, e, di ciò lusingato, io gli scrissi di fare ancora un passo avanti e di assoggettarsi, se possibile, all'esame di laurea. Col Preside della facoltà di Giurisprudenza, Egli si mise d'accordo, per corrispondenza, sull'argomento da trattare come tesi orale, e il 20 novembre conseguiva la sua laurea di Dottore in legge. Ricordo la telefonata affettuosa che Egli mi fece in ufficio per darmene comunicazione. Mera coincidenza, in quella stessa mattina si era inaugurato il Consiglio Superiore dell’Agricoltura e delle Foreste, alla cui presidenza io ero stato nominato.

Così, a 23 anni, Egli aveva terminato gli studi, era funzionario di una importante organizzazione e aveva all'attivo due anni di vita militare. Ma il dovere di soldato lo chiamava ad altri compiti. Sempre dipendendo dal centro Tortona-Novi Ligure, fino all'ottobre del 1942 Egli assolse parecchi incarichi speciali, di non poca responsabilità, a Carezzano, a Rivalta, a Pollastra, in provincia di Alessandria. Era così legato al suo posto che, in tutto questo periodo, potetti vederlo soltanto il giorno di Pasqua a Milano, e un'ora appena al Caffè della stazione di Tortona il 10 luglio. Egli scriveva, però, di star bene, di essere amato dai suoi soldati, apprezzato dai superiori e di rifarsi con una buona tavola e con i buoni vini piemontesi.

In novembre ebbe luogo un mutamento di rotta, in seguito al suo passaggio dall'arma di Fanteria a quella dei Carabinieri Reali. Dopo un breve corso di specializzazione a Fiume, ove andai a passare con lui una domenica, Egli fu destinato alla Legione di Bari, per essere da qui distaccato a Lecce e quindi alla direzione della Tenenza di Gallipoli.

Il precipitare degli avvenimenti lo fa diventare più sollecito e più affettuoso nello scrivere, più nostalgico al pensiero della famiglia. Le sue licenze normali erano tutte cadute regolarmente nel nulla. Doveva ora ottenerne una ma il 4 marzo scriveva: «Oggi dovevo iniziare il mio viaggio, l'organizzazione era stata perfetta, all'ultima ora invece ho dovuto rinunziare e triste ho visto il treno che si allontanava. Sarà un rimando di qualche giorno (veniva infatti dal 12 al 20) ma non è la stessa cosa». E più sotto: «A volte, quando più del solito son giù di corda, vado ripensando ad un mio vecchio progetto, o per dir meglio desiderio, nato durante la vita militare, che mi vuole al ritorno inter felicia rura. L'allestimento confortevole della casetta Catena (nella campagna osimana) potrebbe divenire il mio sicuro asilo». Quali profetiche parole per quel che dovrà seguire nel settembre successivo e quale soddisfazione per me, dopo aver dedicato tutta la mia vita all'agricoltura, apprendere che in mio figlio si era svegliata ad un tratto la passione dei campi.

Nel mese di giugno si sposa la sorella Anna con l'intesa che la cerimonia nuziale si sarebbe svolta nella villa dello sposo, a Bordighera. Egli aveva appena conosciuto il fidanzato in un fugacissimo incontro romano a Natale, e la di lui famiglia in una sosta di treno a Milano. Ma aveva seguito di lontano i piccoli episodi della famiglia, di cui specialmente Maria lo informava e alla quale scriveva: che, nel leggere le sue lettere, gli «sembrava di essere presente». E pregustando la gioia di poter assistere alla cerimonia aggiungeva:

«Se per il 12 sarò a Roma (il matrimonio doveva aver luogo il 16) si partirà tutti insieme compresi i nipotini, e questo è già un fatto molto importante nella storia della nostra famiglia. Debbo tornare al tempo in cui ero ancora ragazzino per ricordare uno scompartimento occupato da tutti noi, quando compivamo le periodiche migrazioni per Falconara. Sarebbe un peccato se perdessi l'occasione di questo viaggio». E purtroppo la perdette, perché atteso invano fino al 12 a Roma e i giorni seguenti a Bordighera, soltanto a rito compiuto pervenne per espresso questa sua cartolina: «Caro babbo, mi è stata concessa una licenza di giorni uno più due di viaggio. L'ho rifiutata. Se si conoscesse la carta geografica d'Italia, si saprebbe che con un sì gran numero di giorni, non potevo fare nemmeno in tempo ad andare e tornare». La cartolina portava in modo visibile il visto della censura, ma io, che avevo tanto sospirato la sua venuta, in premio della sua fierezza, gli avrei mandato un bacio per telegramma.

A relazione avuta del matrimonio, Egli scriveva ancora: «Ora mi accorgo di non sapere nulla di questa cerimonia, di non conoscere Pier Franco, né la sua famiglia. Assistendo al matrimonio avrei potuto rifarmi, veder tutto in una volta, sotto la scena e la luce migliore, ciò che la mia attuale condizione mi aveva negato di seguir da vicino, nelle varie fasi. Cerco di ricostruirmi la scena finale nella Cappella della Torre dei Mostaccini, ma è una ricostruzione personalissima e in cui mi sperdo per non conoscere che pochi dei personaggi che vi prendono parte e non avere alcun dato che mi avvicini alla realtà». E deplorando il mancato godimento della licenza, proseguiva: Mi riprometto tuttavia di farne una bella panciata in ottobre, quando Roma inizia a risvegliarsi dopo l'estate. Questa volta (quale errata previsione!) voglio trascorrere d'un fiato il mese di congedo che mi spetta e voglio godermelo e chissà che allora non sì possa essere tutti riuniti. Datemi notizie di Anna».

Il 13 luglio da Bari Egli mi annunziava: «Caro babbo, il giorno 10 sono stato nuovamente mobilitato: avrò il comando di una Sezione mista, già reduce dalla Russia ed in via di riorganizzazione. Mi dicono che tra breve andremo alla dipendenza di un Corpo d'Armata nella zona dell’Istria. Non devi preoccupartene: il comando di una Sezione è una delle migliori mobilitazioni che possano capitare. Anche la località ove andremo a prestare servizio è buona».

Appena ebbe notizia del primo bombardamento di Roma (19 luglio) Egli si affrettò a chiedere notizie perché stava molto in ansia per me, ma sapendo che Aldo era ad Osimo mi consigliava di farcelo trattenere. E anche Egli sospirava per Osimo, aggiungendo: «Mi auguro che i lavori da Catena siano ultimati, in caso contrario è bene affrettarli ed organizzarsi ad ospitare tutta la famiglia riunita. Sarà quello il nostro punto di ritrovo».

Mentre io lo credevo già in Istria, Egli era invece ancora a Bari, donde il 30 luglio - a mutamento di Governo avvenuto - scriveva che era sempre in attesa di partenza e che, dati gli avvenimenti, quindici giorni potevano equipararsi a quindici anni. E doveva essere ben occupato e preoccupato se scriveva: «In questi giorni sto sperimentando con meraviglia che si può fare anche a meno di dormire e al mattino iniziare nuovamente di slancio la giornata che non avrà discontinuità con le successive». Né manca anche questa volta il pensiero alla famiglia e alla terra natia: «Tienimi sempre informato di te e degli altri componenti la famiglia, altrimenti perdiamo il collegamento. Scrivendo a Maria, le ho proposto il ripiegamento su Osimo, ove io verrei poi a raggiungervi per dedicarmi -       vita natural durante - ai lavori campestri».

La partenza da Bari avvenne infine al principio di agosto e non fosse mai avvenuta! Nelle prime ore pomeridiane del 3 o 4, Egli telefonò improvvisamente dalla stazione Tiburtina, che era di passaggio per Roma. Io ed Aldo ci precipitammo in stazione per abbracciarlo e restammo insieme una mezza ora, prima che il lungo treno militare riprendesse la sua corsa. Era molto stanco e sciupato. Avrei preso il suo posto per mandarlo a casa a rinfrancare.

Dall’Istria Egli scrisse appena arrivato: era stato assegnato ad Arsia, il nuovo centro minerario dai sei mila operai. E scriveva anche più spesso. Traggo uno spunto da una penultima cartolina del 29 agosto, nella quale mi diceva: «Ho ricevuto il tuo libro, che ho in gran parte letto, e mi ha fatto ottima impressione. Ho notato la data 4 febbraio 1943, (il 4 febbraio è il giorno della mia nascita) non credo sia una strana coincidenza».

Grazie ancora del lusinghiero giudizio sul libro paterno, ma quale più strana coincidenza per me di quella che - esattamente un anno appresso - il 4 febbraio 1944 sarei venuto a conoscenza della Sua morte?

Riporto infine, pressoché per intero, come espressione quasi dei suoi ultimi desideri, la lettera del 6 settembre: «Caro babbo, ho avuto oggi una tua che mi ha confermato la vostra gita in Osimo. Maria giorni fa mi ha pure scritto che si riprometteva di trascorrere una ventina di giorni colà. Io, ormai da tempo, vado pensando ad Osimo come mio ritiro a guerra cessata. Riprenderemo una vita primitiva, lavorando in campagna, e penso che così isolati, fuori dal mondo, si possa vivere in santa pace. L'importante sarebbe trovarsi tutti riuniti. Ho terminato ora di scrivere ad Anna a Bordighera. Quanti giorni vi tratterrete in Osimo? Io non ricordo più da quanto tempo ne manco, ma forse mai come in questo momento sento l'attaccamento verso la nostra terra e la nostalgia di tornarci». Si. Egli non mancò all'appuntamento e per quattro giorni, dal 18 al 22 settembre, venne a vedere e benedire la nostra casetta campestre, che da lontano aveva amorevolmente seguìto nella sua rimessa a nuovo e alla quale sognava tanto di tornare. L'aveva intravista come «suo sicuro asilo», come «punto di ritrovo della famiglia», come «suo ritiro a guerra cessata, per riprendervi una vita primitiva e viverci in santa pace, dedicandosi vita natural durante ai lavori campestri», così aveva reiteratamente scritto.

L'infelice armistizio dell'8 settembre lo aveva trovato ad Arsia, ove, sparita subito ogni altra autorità militare, Egli restava per altri cinque giorni con 58 Carabinieri, senza istruzioni, senza ordini, in mezzo a bande ostili venute in possesso di tutte le armi gettate dalla truppa. Non deve essere stato per lui un momento allegro, se riportò nei suoi begli occhi una insolita fissità di sguardo. Fatto si è che, dopo cinque giorni di scabroso parlamentare, indossato qualche cosa di borghese, anche Egli con i suoi uomini dovette abbandonare Arsia, e a piedi, attraversando tutta l'Istria, riuscì a raggiungere Miramare di Trieste. Di là, in treno, ma, scendendo una fermata prima e risalendo una fermata dopo in ciascuna delle stazioni di Mestre, Padova e Ferrara, onde evitare di essere catturato dai tedeschi alleati, Egli raggiunse Osimo all'alba del 18 settembre. Picchiò alla porta della casetta sognata e al mio ancora insonnolito «chi è» rispose la sua bella voce: Renato. Ricorreva in quel giorno la festa del patrono locale San Giuseppe da Copertino.

Era così mal ridotto per lo stato di pulizia personale, per la piagatura dei piedi, oltre che per una dissenteria intestinale, che si rese necessaria la prestazione del fratello e mia per rimetterlo un po' in sesto. Un certo periodo di riposo e di sano vitto campagnolo gli sarebbe stato quanto mai salutare.

Senonché gli avvenimenti incalzavano in quei giorni e nei piccoli centri si susseguivano i bandi più terroristici nei riguardi dei militari ritornati alle proprie case. D'altra parte io ero andato ad Osimo con il proposito di non trattenermi al massimo più di una settimana, e Maria con i figlioli non vi era più venuta. Mi sembrava di restar tagliato fuori dall'ufficio, dalla casa romana, dal contatto con la realtà delle cose. Renato stesso convenne che il miglior partito era di tornare tutti a Roma, donde avremmo potuto seguir meglio la nuova situazione. E ripartimmo da Osimo il 22, senza non poca apprensione. A Foligno, acquistando i giornali, apprendemmo che era stato istituito il servizio obbligatorio del lavoro, facile preludio alla deportazione della gioventù; servizio che veniva a colpire anche Aldo, benché iscritto al 4° anno di medicina. La notizia fu per Renato particolarmente dolorosa. Ma, a Roma, dichiarata città aperta, sembrava rientrata la calma: sulle sorti dell'arma dei Carabinieri pareva che non ci fosse nulla da temere. E verso il 24-25, prima che si costituisse il cosiddetto governo repubblicano, da buon cittadino e soldato Egli si ripresentò al Comando Generale. Venne destinato alla Caserma Podgora presso Ponte Sisto, alle falde del Gianicolo. Risiedendo in famiglia, si stava rimettendo dai gravi disagi recentemente passati e dopo quattro anni di vita randagia tornava a godersi in famiglia l'affetto fraterno e paterno.

 

sabato 10 ottobre 2026

Renato Mariani Tenenete dei Carabinieri Deportato in Germania Una Testimonianza II Parte

 


L’età della ragione e la vita scolastica

 

Aveva così superato il suo primo decennio in una oasi di pace e di fanciullesca serenità. Non altrettanto felice sarebbe stato purtroppo il secondo, con l'incubo della guerra sempre in atto per la gioventù, e tanto meno il terzo, violentemente troncato a metà, proprio a 25 anni.

Ma torniamo a noi. Con l'inizio del secondo decennio, il 5 settembre 1928, a Falconara, gli capitò un infortunio. Mentre, giocando con la sorella, si rincorrevano sulla spiaggia ancora bagnata dalla pioggia, egli scivolò e cadde, frantumandosi in malo modo il braccio destro. Seppi subito che era stato curato all'Ospedale di Ancona e  che gli era stato riscontrato lo schiacciamento delle ossa del gomito. Anche a Roma si ritenne di escludere più tardi un atto operativo, facendo affidamento sul miglioramento progressivo ed insistendo sulla ginnastica e sul massaggio. Ma, nonostante gli esercizi della scherma e del violino, intrapresi per la circostanza, il movimento di supinazione del braccio non tornò più alla normalità, tanto che in conseguenza del difetto fisico rimasto, nell'atto di lavarsi o di mangiare, si poteva notare che la sua mano destra non riusciva a contenere la stessa quantità di acqua della sinistra e che egli faceva uso della forchetta non in modo normale.

Di tale difetto, che era piuttosto evidente, per lo stesso consiglio dei medici, chissà come avrebbe potuto a suo tempo avvalersi, per evitare il servizio militare. Egli non volle mai sentir parlare di ciò, e, più tardi, il giorno della visita di leva, tornò a casa soddisfatto di essere stato dichiarato abile. Naturalmente, si era ben guardato dall'accennare alla sua minorazione.

Intanto i suoi studi si facevano più seri, frequentando come Ginnasio, l'Istituto Massimo prima e il Giulio Cesare poi. Le stesse doti di mitezza e di dolcezza di animo e l'innato buon senso, che aveva rivelato in famiglia, in modo particolare verso la Mamma, come cuore d'oro, le trasportò nella scuola, fra i compagni, dei quali rimase amico fedele e inseparabile, e tra gli insegnanti, che più seppero apprezzarlo. Alla scuola vera e propria, alternava, come ho detto, oltre che la scherma, lo studio del violino e del pianoforte. Non che vi si mettesse di grande impegno, ma tanto per soddisfare il suo orecchio musicale assai sviluppato e la passione per le canzoni che così spesso fiorivano sul tuo labbro.

Sapeva tanto vivere all'aria aperta tra i fratelli e gli amici, specialmente al mare, nuotando e remando, o inforcando la bicicletta, quanto facendo vita casalinga, rimanendo cioè nell'ambito domestico.

Gli bastava allora leggere un libro, o canticchiare qualche canzonetta, o smontare e rimontare qualche congegno, o collezionare francobolli, o (dicevo io) intrecciare magari qualche filo, per vederlo felice e beato.

L'appetito, la salute e il buon umore non gli mancavano. Cosicché a 15 anni era quel che si dice un bel ragazzo, allegro, solido e ben piantato, tanto sano e vigoroso di corpo, quanto buono e dolce di carattere.

Dalla scuola avrebbe potuto strappare i migliori risultati sol che lo avesse voluto un po' di più, ma egli era pago di riportare la promozione a fine anno, alieno dal corteggiare insegnanti o dal compiere atti di virtuosismo.

All'innata fierezza d'animo, un'altra qualità, che doveva accompagnarlo per tutto il resto della breve vita, cominciava intanto a spiccare in lui: la dirittura, starei per dire, l'impeccabilità del giudizio.

 

Come, intimamente, egli era portato, per natura, alla semplicità, all'ordine ed alla precisione, amante come era di fare molte cose da sé, incline alla meditazione, sicuro di saper compiere una buona scelta o di sapere ben calzare e ben vestire, così, nell'esprimere un giudizio su uomini e cose, sapeva cogliere ben spesso nel segno, e sapeva esercitare tanto buon senso critico, ponderazione e misura che si restava sorpresi del suo sano equilibrio.

     Se ad un padre é dato cogliere qualche segreto di un figlio, dirò che in Lui non vedevo chi si affanna a proporsi molti problemi insieme, per la smania di profilarseli e di intravederne le possibili soluzioni, ma colui che affronta un problema alla volta, il problema del giorno, anzi quello dell'ora, e ciò per restare più nel concreto e nell'immediato. Lungi dal significare indifferenza, scarsa volontà o disinteresse, tutto questo rappresentava invece una manifestazione di equilibrio naturale e in fondo di saggezza. 

      Con tali auspici e con siffatte speranze, Egli varcò nel 1935 la soglia del Liceo.

      Ma questo anno scolastico fu per lui un anno di sbandamento e, perchè non dirlo, di pieno insuccesso. Studiò, invero, troppo poco e mancò anche a parecchie lezioni. Il risultato finale si risolse in una vera e propria bocciatura, la quale, se addolorò molto me e tutta la mia famiglia, bruciò più assai a lui ed al suo amor proprio. Per tacita ammissione, apparve subito che Egli si sarebbe riscattato e durante l'estate 1936, mentre si trovava a Falconara, restò stabilito che – per recuperare quello perduto – l'anno appresso avrebbe studiato privatamente a  Camerino, profittando della presenza colà di un ottimo insegnante di lettere e nostro congiunto il Prof. Donnini, in modo da presentarsi poi all'esame di terza liceale.

     Il 27 settembre la famiglia lasciò Falconara. Io stesso ero andato a rlevarla, perchè la Mamma lasciava alquanto a desiderare per la propria salute. Non posso dimenticare quel distacco, che Egli sentì per la prima volta, sia dalla Mamma, che non avrebbe più riveduto in vita, sia dal resto della famiglia. Mentre il treno delle 17,10 lasciò la stazione, imperversava un violento temporale e cadeva una fitta grandinata. Egli dovette ripararsi sotto la soglia di uno dei vari uffici per salutarci e nel lasciarci gli occhi addosso ci faceva una solenne promessa. L'indomani Egli raggiungeva Osimo e di là si trasferiva a Camerino.

     Con una prima lettera, naturalmente diretta alla Mamma, in data 5 ottobre, cercava di fare il disinvolto, parlava delle sue prime impressioni sulla nuova cittadina, di quel panorama «veramente stupendo chiuso nel fondo dai Sibillini candidi di neve», della sua cameretta, ma si faceva scappare questa nota nostalgica : «Ironia della sorte : ogni volta che torno al mio nuovo domicilio (Egli abitava verso Porta Romana) non posso fare a meno di scorgere una lunga freccia, sopra la quale il nome di Roma indica essere questa la via per arrivare alla Capitale». E chiudeva con queste frasi : «L'altra sera a letto, (Camerino è ben fredda) avvolto in una pesante imbottita, avevo ideato una lettera molto sentimentale, ma il freddo che avrei provato nello scendere per scriverla non te l'ha fatta pervenire. Del resto é inutile riassumertela : lascio alla tua fervida mente immaginare cosa vi era scritto. Spesso canticchio, di preferenza l'inno a Roma del Puccini. Ti bacio Renato». Tra le carte da Lui riportate da Camerino ho trovato la risposta della Mamma malata. Essa é scritta a lapis e dice : «con la benedizione e col pensiero della Mina (mammina) che ti ha sempre innanzi agli occhi, come quando ti ha salutato con tutta l'anima alla stazione di Falconara».

     In altra lettera, del 10 ottobre, chiedeva ansiosamente notizie della Mamma e la rassicurava così : «Per me puoi stare tranquillissima. Sto bene e faccio con passione il mio dovere». Ed infatti il Prof. Donnini mi scriveva il 13 nei suoi riguardi : «Ormai egli sa di costruire per il suo avvenire; in grazia di questa sua nuova coscienza per parte mia non mi spaventa se della sua prima liceale romana non mi ha presentato che scarse rovine. Assolutamente, avanti Natale, questa prima liceale deve essere fatta come si deve».

     Il suo carattere aperto, affettuoso e bonario rifulge anche da lontano. Egli non scrive soltanto alla «cara mamma» o al «caro babbo», ma si rivolge talvolta «al migliore offerente» per comprendere tutti; oppure, invece di usare la sua solita carta di Fabriano, alla quale teneva, si serviva di lunghe strisce tipo cartelle da giornalista, facendole precedere dalla frase : «dal nostro inviato speciale».

     Tornava, però, a battere spesso lo stesso chiodo, quello dello studio, e mi scriveva : «Passo  quasi tutte le mattine studiando e buona parte del pomeriggio faccio la medesima cosa». Ci si era messo proprio di impegno. Di buzzo buono. Oltre che nel Prof. Donnini per le materie letterarie, aveva trovato un altro ottimo insegnante per quelle scientifiche.

     Egli stesso scriveva di questi : «Alle ore 15,00 ho tutti i giorni lezione col Prof. Mammana, giovane siciliano, assai bravo e simpatico, il quale mi dice che non ha dubbi su e che tutto andrà benissimo. Facciamo quasi sempre un'ora e mezza, in modo che alle 17,00 sono pronto per la lezione con Donnini».

     Con tutto ciò non aveva però perduto il suo buon umore ed il non men buono appetito, perchè scriveva pure : «Le otto e mezza mi trovano, avido, sopra una tazza di caffè e latte se i tempi magri mi impediscono di sgranocchiare qualcosa in camera. Dopo questa colazione un'altra più abbondante, ma che meno sfama, di latino o di greco, fino a mezzogiorno, ora in cui pianto tutti e me ne vado a spasso. Subito dopo pranzo (che doveva svolgersi alle 13,00) vado per un'oretta al Circolo di cui sono divenuto socio, a leggere giornali italiani ed esteri ed a sentire la radio».

     Quanto ai tempi magri, che impedivano di sgranocchiare qualcosa in camera, credo che non fossero poi tanto magri, se in altre missive alla Mamma si parla di «scatolette di tonno che mi servono per farmi dei crostini e di tubetti di pasta d'acciughe, che spalmo senza economia con burro su biscotti della salute».

     Il 17 ottobre nasce a Roma la nipotina Donatella. Egli si affretta a rallegrarsene con la sorella e, quasi preoccupato di non aver partecipato abbastanza al lieto evento, scrive a noi il 23 : «A Maria sembrerà troppo fredda la cartolina che le ho indirizzato per la nascita di Donatella, ma non é che la rigidezza di questo clima che é penetrata in me».

     Per compensarlo del suo affetto e della passione che avevo messo nello studio, profittando di un lieve miglioramento nelle condizioni di salute della Mamma, corsi da lui apoena mi fu possibile, il primo ed il due novembre, ricorrenza dei Santi e dei Morti.

     Io ero stato a Camerino molti anni prima, ma sotto la sua guida ne apprezzai ancor meglio le naturali bellezze. Vivemmo insieme intensamente in quei due giorni, da fratello a fratello, ed il distacco fu nuovamente doloroso.

     Subito dopo egli mandava ancora una assicurazione alla Mamma nei riguardi dei suoi studi : «In questi giorni mi accorgo di studiare con passione realizzando assai più che per il passato».

     Quanto devono aver fatto bene queste sue parole al povero cuore della Mamma, che, da tempo sempre più sofferente ed infine scompensato, doveva improvvisamente cessare di battere la mattina del 22 novembre!

     Renato fu chiamato per telefono appena si notò il di lei aggravamento, ma Egli non potè giungere che la sera e trovò che la Mamma era già morta. Nelle lacrime che confondemmo in famiglia non ebbi più dubbio che la promessa che aveva fatto l'avrebbe   mantenuta sino alla fine. Con me e con lo zio Innocenzo, Egli divise la pena dell'accompagnamento della cara salma ad Osimo e della sua inumazione provvisoria in quel Cimitero. Tornò a Roma con noi per rivedere ancora le sorelle ed il fratello, ma il 30 novembre partiva di nuovo per Camerino. Lo attendeva colà un dovere assai sacro e vi andava mortificato dal dolore. Ne avevo conferma da una sua : «Spero che voi tutti stiate bene e vi siate sollevati di spirito. Io mi sono subito riambientato : data la rapidità dello spostamento mi sembra quasi impossibile di aver lasciato Roma».

     Intanto il 20 dicembre, poco prima che Egli facesse una breve scappata per passare in famiglia il Natale ed il Capodanno, ricevevo questa lettera del Prof. Donnini : «Con le prossime feste possiamo dire ultimata la tappa della nostra fatica. Posso sicuramente riferirle che si progredisce discretamente in tutte le materie, compreso il latino. Anche Mammana si dichiara molto soddisfatto. Renato disporrà in parte di una preparazione maggiore di quella dei cosiddetti interni. Specie nella cultura generale, su cui insisto ed ho modo di insistere, tanto che il giovane di questo comincia ad avere coscienza e legge molto».

     Salute e buonumore non risentivano affatto dello sforzo per lo studio alla quale si applicava, e mentre da lontano si divertiva a prendere in giro il fratello per la passione di questi per il gioco del calcio  -  a bella posta  Egli si dichiarava fautore di squadre diverse   -  scriveva ad  Anna : «Nevica abbondantemente, ma io ti scrivo pizzicando con la mano libera una opulenta pizza con i grasselli inviatami da Sestilia (una nostra vecchia domestica). Veramente più che pizzicarla, la sto voracemente divorando : é solo da poche ore in mio possesso e ne ho già ingoiata più della metà. Dì al babbo che subito dopo il mio arrivo ho ripreso a studiare con molta lena. Adesso (la lettera é del 21 gennaio) é andato in vigore un progetto di legge per cui la sera non ho più libera uscita».

     Sotto questa frase scherzosa, si celava una ferma risoluzione adottata tra i due bravi insegnanti e lui, quella di non puntare più ormai sull'esame di ammissione alla terza liceale, ma di tentare addirittura la prova finale della licenza liceale.

     Un bel colpo certamente quello di fare tutto il Liceo in un anno, sul quale però io nutrivo qualche dubbio, nonostante queste assicurazioni ricevute in febbraio dal Prof. Donnini : «Posso dirle con assoluta certezza di buoni ed efficaci progressi compiuti in gennaio. Suo figlio, in generale, si é applicato abbastanza in quest'ultimo periodo tanto da far sperare che il compito grave che ci siamo assunti verrà ultimato con successo. Io, per mia parte, insisto a forzare l'andatura, disposto anche a raddioppiare le ore di insegnamento. Il Prof. Mammana mi riferisce che anche la preparazione per le altre materie prosegue abbastanza bene. Dei giovani liceali  con cui ho un certo contatto, suo figlio é già tutt'altro che ultimo; e intendo di giovani che hanno studiato regolarmente. Lui questo lo sa, e deve quindi averne motivo di stimolo se non di orgoglio».

     «Procedendo con il tempo aumentano i giri del motore, cioè lo studio si va sempre  più intensificando», é Egli stesso che lo scrive, tanto che per non distrarlo con un viaggio a Roma per la Pasqua, tra il 25 e il 29 marzo, andammo noi ad Osimo, ove più facilmente fummo da Lui raggiunti.

     D'allora non lo rividi che il 7 giugno, in occasione di una mia visita a Macerata e Civitanova ed Egli si unì alla comitiva, accompagnandomi la sera in auto fino alla stazione di Foligno. Eravamo ormai vicini alla grande prova e dal 10 al 18 luglio Egli sostenne i suoi esami, quelli scritti a Camerino, quelli orali a Macerata, guadagnandosi la licenza liceale, quarto in graduatoria sopra 64 giovani candidati e 26 promossi in tutta la provincia.

     Grande merito indubbiamente fu quello degli insegnanti, ma non fu piccolo anche il suo, dimostrando di tenere fede all'impegno e non smentendo la forza del proprio carattere.

     Per me, la maggiore soddisfazione che ne ebbi fu di portare la lieta notizia al buon Nonno, che un tempo lo aveva fatto oggetto dei suoi versi pungenti. Questi, che si trovava purtroppo agli ultimi giorni della propria vita, si limitò a rispondere semplicemente : «Non ne dubitavo». E morì l'indomani 20 luglio.

     Dopo essersi un po' rinfrancato al mare e in campagna, in affettuosa compagnia dei nipotini, ai quali si sentiva tanto portato, e di quella degli zii e delle zie, da cui era riamato, il 22 ottobre 1937  Renato si iscrisse all'Università di Roma. Egli scelse la facoltà di Giurisprudenza, al che io nulla trovai da obiettare, in considerazione che brutti tempi si avvicinavano per i giovani e che anche Egli, chissà a quali altri compiti chiamato, non avrebbe potuto frequentare i corsi con la dovuta costanza. Ma il 1938 filò ancora liscio, ed Egli potè seguire le lezioni e sostenere i suoi esami. Durante il secondoanno fece ancoara di più : poiché lo studio universitario non assorbiva che parte delle sue giornate, Egli pensò che si sarebbe potuto acquistare una buona preparazione giuridico-economica, frequentando la ben attrezzata Confederazione dell'Industria. Vi fu ammesso e venne collocato alle dipendenze di bravi e provetti dirigenti, per occuparsi dell'importante settore tessile. Con il modesto assegno che ne riceveva, da quel momento fu fiero di poter direttamente soddisfare i suoi minuti piaceri ed in particolare di poter provvedere al suo abbigliamento.

     Ma intanto il mostro della guerra si avvicinava a grandi passi. Il 17 luglio 1939, inquadrato nella Milizia Universitaria, anch'Egli dovette partire per il campo di addestramento in Formia, dal quale non ritornò che ai primi di settembre. Io ero andato a trovarlo colà per poche ore la domenica 30 luglio, ma lo trovai tutt'altro che soddisfatto di quel che faceva, perchè la vita del campo   -   così come si svolgeva   -   non era che una perdita di tempo.  

 

 

mercoledì 30 settembre 2026

Renato Mariani, Tenente dei Carabinieri. Deportato in Germania. Una Testimonianza I Parte

 Progetto  Il Valore Militare  e le Marche 


Tra pochi giorni ricorre il primo anniversario (dicembre 1944 n.d.c.) della morte del mio Renato e mai come in questo momento -  mentre l'immane guerra perdura e si prolunga il distacco con gli altri cari di famiglia -  sento il bisogno di restargli spiritualmente vicino e confidarmi con Lui, come se lo avessi ancora accanto.

Quel che scriverò non mi interessa saperlo, perché desidero soltanto che questo soliloquio -  mantenuto nella forma più semplice, come semplice fu tutta la Sua vita -

possa sfiorare quella dolcissima Anima e possa rendermene più degno.

Se la sua morte è già lontana nel tempo, la sua memoria rimane in benedizione ed è viva in quanti lo conobbero ed amarono, non solo attraverso il caro ricordo che ha lasciato, ma in modo speciale per la fine che gli è toccata,

La più grande delle guerre, la più radicale delle crisi ha spezzato come festuche, turbinato in aria come pula di frumento sull'aia anime e cose, memorie e vite. Il vento del turbine ha travolto tanti innocenti, e tra questi anche il figliolo mio.

Sembra che un fatale destino abbia segnato i limiti della sua esistenza: Egli nacque con l’altra guerra e con questa è sparito.

Chissà che un qualche presentimento non vi sia  stato in  noi, divenuti negli ultimi tempi, reciprocamente, tanto più riservati. I suoi occhi avevano tante cose da dire le rare volte che ci rivedemmo nell’ultimo triennio, ma la bocca preferiva aprirsi a poche e misurate parole.

Parco di esse era anche nello scrivere, ma in compenso lo faceva più spesso e diventava sempre più affettuoso, più sollecito della famiglia, dei conoscenti, di quanto aveva a caro.

Da parte mia, mi ero abituato a pregare tanto per lui mentre era lontano,  mentre  era in pericolo; a pregare per la sua salvezza e per quella dei suoi compagni e della nostra Patria. Ma quale impressione, quale differenza pregare ora per Lui morto, e morto così tragicamente, lontano da tutti, in terra straniera, senza  una  parola, senza una carezza di persona cara.

Lo scrupolo di avere fatto così poco e di non potere fare più nulla per lui, distaccatosi da noi così in silenzio, privo di alcuna prestazione  da  parte  nostra,  senza  averci  tolto  neppure  un'ora  di  sonno o averci strappato una lacrima preventiva, accresce  oggi  la  mia  amarezza e mi pare di dovergli  tanto  da non  essere  più  sufficiente  il  poco di forze e di vita che ancora mi resta.

Nelle poche  pagine  che seguono, dirò - il più  possibile con  le sue stesse parole - qualcosa che ricordi la Sua breve esistenza. Parlerò della sua infanzia, della sua età della ragione, dei suoi sentimenti, e delle sue passioni, del suo equilibrato buon senso, dei suoi rapporti con parenti ed amici, dei suoi studi, della sua vita militare, della tormentosa sua deportazione, della Sua fine.

Nel dolce suo ricordo, intendo dedicare tutto ciò a coloro che gli vollero e gli vorranno bene, soprattutto ai suoi nipotini, che, fatti grandi, dovranno essere  orgogliosi di Lui. E benché con le lacrime agli occhi, sento di poter parlare serenamente, sia perché credo che la più bella opera di fede è quella della  sopportazione del dolore, sia perché, pur sotto il peso di una immane   ingiustizia,  ricordo   che  il  vero  cristiano  deve  essere  un  umile,  non  già  un   ribel1e, e anche in espiazione delle proprie colpe deve porre una sincera  confidenza nella infinita misericordia di Dio.

Renato, figlio caro, le vie del Signore sono imperscrutabili e noi dobbiamo accettarne la volontà  per il bene dell'anima nostra, per la pace d'Italia e dell’umanità, per la purificazione che ci guida al Cielo.

Cristo  muore  sulla  Croce,  vittima dell'ignoranza. E ai suoi carnefici, dice:

« Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno ».

 

L’infanzia

Egli venne alla luce il 12 febbraio 1918, nella casa di Via Tevere 31, che allora abitavamo. Pochi bimbi credo che fossero attesi come lui. Casa nostra era già stata allietata dal sorriso di due figliole. Naturalmente era aspettato il maschietto.

Non sapevamo che nome dare al caro piccolo. La combinazione dei nomi del nostro casato, come Mario, Marino, Mariano, Manlio era stata già troppo sfruttata nel parentado. D'altra parte i quattro fratelli, più anziani di me, avevano già provveduto a rinnovare i nomi tradizionali di famiglia.

Il suo battesimo fu procrastinato al 14 marzo, affinché la  Mamma stesse già bene e potesse festeggiare l'avvenimento. Lo chiamammo Renato.

Era un bel piccino, ma più che tutto quieto e buono e che lasciava dormire la notte chi aveva lavorato tutto il giorno, Allevato al seno materno, cresceva normalmente in piena sanità, e a 18-20 mesi era già un folletto.

Una prima preoccupazione circa la sua salute, l'avemmo sul finire dell'anno 1919. Eravamo andati a passare il Natale da mia sorella, in provincia di Salerno, e là, tra il sorriso degli aranci e dei limoni, egli si buscò la prima malattia. Di ritorno a Roma, anch'io e la Mamma fummo subito colpiti da quella brutta influenza che prese il nome di “spagnola”, e in particolare la Mamma fu salva per miracolo. Ma tornò presto il sereno in famiglia, e alla scuola delle sorelline, già decenne la prima e quattrenne la seconda, Egli diventava il birichino di casa.

Le stagioni estive del 1920 e del 1921 le passò a Numana ove cominciò a prendere contatto e passione col mare, dal quale non si sarebbe poi distaccato durante le lunghe vacanze scolastiche, e che tanto influì a darli in seguito vigoria   e benessere fisico.

Si fece eccezione solo nel 1922, l'anno in cui nacque Aldo. Quella estate Egli la passò a Veroli, tra le apriche colline olivate della Ciociaria, mentre, dal 1923 in poi, fu sempre a Falconara e ad Osimo, tra il più bel mare e la più bella campagna delle nostre Marche originarie.

Là, in piena aria e in pieno sole, Egli visse i suoi giorni più felici, circondato dall'affetto della famiglia e dei parenti, e senza conoscere ancora i doveri della scuola e della vita.

Io non potevo essere colà che molto raramente e sempre per visite assai fugaci, ma con quanta serenità ritornavo al mio lavoro, dopo essermi sincerato che stavano tutti bene.

Col crescere degli anni, notavamo in Lui sempre più spiccati i segni della sua indole; la docilità e la bontà, a cui più tardi si aggiunsero la fermezza del carattere ed una invidiabile acutezza di giudizio sopra uomini e cose, Ma più che altro la bontà era la nota che lo distingueva. E' rimasto tradizionale in famiglia un suo stato d'animo, manifestato in occasione che il fratellino, il quale andava appena solo, gli ruppe un giocattolo tra i più cari, mentre era sul momento assente.

Noi eravamo nell'imbarazzo per dirglielo e immaginavamo già i suoi strepiti e i  suoi pianti. Egli invece non fiatò e alle nostre domande se la cosa gli avesse dispiaciuto, testualmente rispose: “quasi quasi gli dicio bravo”.

Credo che in questa frase si possa scolpire tutta la bontà e la dolcezza dell'animo suo e non soltanto di quello infantile.

Con la sorella Anna di età a lui più vicina, mentre considerava Maria come una seconda mammina, egli fece il sacramento della Cresima il 24 maggio 1924 e quello della Prima Comunione il 15 gennaio 1928.

Con questa data entrava già nel suo secondo decennio. Anche per lui erano da tempo cominciati i doveri della scuola, ai quali si era accinto se non con entusiasmo con sufficiente volontà.

Per il suo ottavo compleanno, il nonno materno, vecchio professore di Scuola Media, ingegnere-architetto, poeta dialettale, ma soprattutto fine umorista, gli aveva dedicato, perché li sentisse in tutto il suo frizzo, questi versi di sapore un po' pepato:

 

Sì, la festa al nipotino

Va pur fatta, e un regaluccio;

Ma prometta Renatino

D'esser buono e garbatuccio.

Presto impari a far di conto

Senza aiuto delle mani;

A' suoi compiti sia pronto,

Ubbidisca, e un Mariani

Potrà dirsi in verità.

E ancora:

Fior d'agerato.

E' ver ch'è un ragazzetto un po' stordito

Un Mariani di nome Renato?

Ma il ceppo ne promette ch'educato

Diverrà egli presto ed istruito.

E allora il nonno suo vedrà felice,

Fargli il buon nipotin bella cornice.

 

Nonno affettuoso e caro, il quale, nonostante gli acciacchi dell'età, veniva espressamente da Osimo per assistere ad ogni cerimonia familiare e che, da buon precettore, col verso voleva prenderlo per il verso.