Le Brigate di fanteria "marchigiane": Marche, Ancona, Macerata, Pesaro, Piceno

Le Brigate di fanteria "marchigiane": Marche, Ancona, Macerata, Pesaro, Piceno
Le Marche e la Grande Guerra. Il volume è disponibile in tutte le librerie. Si può ordinare alla Casa Editrice, (ordini@nuovacultura.it). Node su www.storiainlaboratorio.blogspot.com

domenica 24 maggio 2020

Ancona e la Grande Guerra. Volume II




Seguito del precedente dedicato al 1914, il volume, primo dei due in programma per il 1915, descrive la genesi di una scelta, frutto in gran parte delle imposizioni altrui e in parte dalle nostre decisioni, generate dalla dichiarazione di neutralità nell’agosto 1914, ove, in pratica, l’Italia non aveva più né alleati né tantomeno amici; descrive, poi, il perché di questa situazione difficile ed intricata, che fu risolta solo scegliendo fra le due opzioni rimaste: guadagnarsi nuovi Alleati, ovvero scendere a fianco dell’Intesa, o accettare quanto ci offrivano gli ex-Alleati, Austria-Ungheria e Germania in cambio della nostra neutralità. Era lo scontro tra interventisti e neutralisti, che videro le Marche in prima fila. Uno scontro che fu risolto senza tenere contro delle esigenze e delle condizioni militari. Il rovesciamento delle alleanze maturato nel 1914 imponeva più tempo per una adeguata preparazione alla guerra; un dato, questo, sottovaluto e che incise su una mobilitazione rilevatasi tardiva. Il Primo Ministro Antonio Salandra ed il Ministro degli Esteri, Sydney Sonnino, sono gli artefici primi di questa situazione che mise in difficoltà gravi il vertice militare.

Il Regio Esercito e la Regia Marina entrarono in guerra non pronte, tanto che la prima grande offensiva terrestre fu lanciata il 23 giugno 1915 ad un mese dalla dichiarazione di guerra, mentre le coste italiane, da Venezia a Otranto sono e rimangono indifese per tutto il 1915 e gran parte dell’anno seguente. Segni, questi, che avvalorano ancor di più l’assunto proposto.

Le Marche, ove gli interventisti erano la maggioranza, pagarono immediatamente questi errori;  le coste marchigiane, con Ancona in testa, furono attaccate il primo giorno di guerra, imponendo un totale radicale cambio di vita e di comportamenti. La Guerra si era presentata subito ai Marchigiani con il suo vero volto, chiamando tutti alla realtà, smorzando in poche ore l’entusiasmo di quello che fu definito “il maggio radioso”, ma che radioso non fu.

L’incontro sarà preceduto da una nota introduttiva del Presidente della Accademia di Oplologia e Militaria Massimo Ossidi, che porgerà il rituale saluto agi convenuti con gli aggiornamenti relativi allo svolgersi delle iniziative avviate dall’Accademia in merito alla Grande Guerra.

Il naturale dibattito con i Soci, gli amici e con quanti vorranno intervenire concluderà questo primo incontro.

venerdì 15 maggio 2020

Il Porto di Ancona e la Grande Guerra 1 La Beffa di Buccari


STORIA MILITARE MARCHIGIANA


Durante la prima guerra mondiale, il porto militare di Ancona, a causa della sua felice collocazione al centro dell'Adriatico, di fronte alla costa dell'Istria e dalla Dalmazia (all'epoca facenti parte dell'Impero austro-ungarico), divenne, dal 12 febbraio al 27 ottobre 1918, la base di una squadriglia di MAS (Motoscafi Armati Siluranti), imbarcazioni d'assalto della Regia Marina Militare Italiana.  Per questa ragione ebbe un ruolo in tre episodi della guerra sul mare e che segnano momenti di rilievo della Storia Militare Marchigiana. Questo momenti sono: la Beffa di Buccari del febbraio 1918, il colpo di mano austriaco dell'aprile 1918 e l'azione dei MAS contro la Squadra austriaca a Premuda, 10 giugno 1918.


Durante la prima guerra mondiale, il porto militare di Ancona, a causa della sua felice collocazione al centro dell'Adriatico, di fronte alla costa dell'Istria e dalla Dalmazia (all'epoca facenti parte dell'Impero austro-ungarico), divenne, dal 12 febbraio al 27 ottobre 1918, la base di una squadriglia di MAS (Motoscafi Armati Siluranti), imbarcazioni d'assalto della Regia Marina Militare Italiana.



Tale formazione navale era comandata dal capitano di corvetta Luigi Rizzo, il quale, proprio alla guida di un MAS, era stato uno dei protagonisti dell'affondamento della corazzata guardacoste austriaca Wien (Vienna) (avvenuto nella rada di Trieste la notte tra il 9 ed il 10 dicembre 1917) e della c.d. Beffa di Buccari, quando, il 10-11 febbraio 1918, tre MAS al comando di Costanzo Ciano, trenta uomini in tutto (“e trentuno con la morte”, scriverà poi D'Annunzio) violarono la base di Buccari, in fondo al golfo del Quarnaro nell'attuale Croazia.




Dopo avere lanciato i siluri contro quattro mercantili, nella fase di disimpegno Gabriele D’Annunzio [1], imbarcato sul MAS comandato da Luigi Rizzo, lasciò in acqua le famose tre bottiglie contenenti uno sprezzante messaggio che irrideva alla passività della flotta imperiale austro-ungarica.


(nota a cura del Comandante della Capitaneria di Porto di Ancona, anno 2016-17)


(la nota segue con post in data 25 maggio 2020)

venerdì 17 aprile 2020

Il coronavirus cancella ogni incontro

Come ovvio le disposizioni del Governo per contrastare la epidemia i corso hanno cancellato ogni incontro pressi il Cenacolo Marchigiano. Riportiamo, come cronaca che diverrà storia, il programma già definitito come speranza e come augurio che presto tutto tornerà come prima

martedì 3 marzo 2020

La Guerra in provincia di Ancoa. Luglio 1944. Testimonianze



I carri funebri erano stati rubati dai fascisti per fuggire”.


Il passaggio del fronte fu una tragedia sociale. Impossibile descrive la situazione di ognuno, situazioni che dovrebbero essere riportate al presente per capire la immensità della tragedia stessa. Una sintesi di quei drammi, leniti in parte dalla esternazione di valori vissuti e praticati in questa testimonianza, che è anche ricordo struggente, memoria ed affetto per la liberazione da questi incubi da parte di una adolescente, a Jesi:
“Era da poco giorno, quel 20 luglio 1944 ed io ero in piazza del Duomo con nelle mani le borse contenenti fiaschi per andare a prendere l’acqua alla fonte di San Marco, perché, con tutto il resto, i Tedeschi avevano già da giorni fatto saltare l’acquedotto. Avevo 16 anni e con me erano altre due coetanee quando, dal lato opposto a quello in cui mi trovavo, ho visto spuntare soldati con mitra spianati; impaurita come ero e con me le mie compagne, fuggii verso i vicoli, gridando a chi poteva sentire di nascondersi, perché c’erano ancora i Tedeschi. Poi, seminascosta, tornai verso la piazza per vedere che altro di male potevano ancora volerci fare i Tedeschi, naturalmente pronta a darmela a gambe levate per nascondermi. I soldati avanzavano ed ora potevo distinguere meglio. E vidi meglio. Eravate Voi, i liberatori e quanto eravate belli, così come vi ho visto! Senza rendermene conto, lasciai le borse che ancora avevo in mano e vi corsi incontro. Non so se foste voi ad abbracciarmi o se fossi io, forse insieme, non ricordo. So solo che piangevo e ridevo insieme perché finalmente eravate arrivati eppoi perché eravate Italiani come noi. Mi sentii buttare in aria; ma appena a terra corsi di nuovo verso i vicoli gridando la notizia che da tanti giorni aspettavamo. Lì, per lì, la piazza si gremì di gente; ma io corsi a casa ( abitavo proprio lì vicino) per dire alla mia mamma ed a mio fratello, che stava morendo per i maltrattamenti subiti in un rastrellamento tedesco, che finalmente eravamo stati da Voi liberati. Non dico con quanta commozione comune, credo possa immaginarlo. Mario, mio fratello, sembrava guarito dalla felicità, mentre la mamma lo rassicurava e lo accarezzava insieme. C’ero eccome, quel giorno e quanto Lei ha scritto[1] è proprio tanto vero che mi pare di essere tornata indietro nel tempo. Sette giorni dopo, poi, di mattina vennero a casa nostra quattro soldati: un Alpino, un Bersagliere, un Paracadutista ed un Fante, guidati da un tenente medico degli Alpini. Erano stati informati che qui c’era un ragazzo di 19 anni che stava morendo e per quale causa. Sapevano anche che, nei pochi momenti di lucidità che aveva, era tormentato dal pensiero che, nonostante si fosse
rifiutato di trasportare le cassette di mine con le quali i Tedeschi volevano e fecero saltare la galleria di Serra San Quirico (Ancona) vi era stato costretto a forza di bastonate e colpi con il calcio del mitra ed infine, per ulteriore rifiuto, gettato nel fiume sottostante la montagna e creduto morto, si potesse credere che lui fosse un vigliacco.
Egli, in effetti, aveva da tempo fatta la scelta che la coscienza di Italiano gli aveva suggerito e le precedenti persecuzioni dei repubblichini lo possono dimostrare; ma il suo chiodo fisso era e restava quello di essere stato umiliato e costretto a fare ciò che non avrebbe mai voluto fare e quello di non essere piuttosto ammazzato subito, nonostante la voglia di vivere che aveva. A quei cinque Angeli venuti per tranquillizzarlo, lo disse con il poco fiato che ancora aveva, piangendo e con lui tutti noi. Poi, loro dissero ciò che lui aspettava per acquetarsi: che se tutti gli Italiani avessero agito come lui, forse molti di quei ragazzi che dopo l’8 settembre 1943 si erano arruolati per venire a liberare noi, non sarebbero morti. E fecero una cosa meravigliosa: spiegarono una bandiera tricolore che avevano con loro, gliela distesero sul suo corpo nel letto e si intrattennero ancora un po’.
Non avevamo niente da offrire loro, solo un po’ di vino di quel fiasco regalatoci da un Alpino alcuni giorni prima ……si era procurato. Lo offrimmo con tutto il cuore e con tutta la riconoscenza. Il giorno dopo, il 28 luglio 1944, mio fratello morì così come aveva detto ai nostri parenti che si era premurato di cercare, quel generoso tenente medico che lo aveva visitato.
Poi l’altro, unico ma incommensurabile riconoscimento che mio fratello ebbe: al suo funerale ‘eravate anche voi e su quella bara, che sembrava più una cassa per il trasporto di frutta che tale, metteste nuovamente il Tricolore. Inoltre, nonostante che il percorso da casa al Cimitero fosse ancora minato, credo che partecipò con voi, tutta Jesi, tanto era lunga la processione di gente dietro a quel carrettino a mano che lo trasportava là (i carri funebri erano stati rubati da fascisti per fuggire).
Scrivo e piango.
Piango perché esprimo questo ricordo che è sempre fisso nella mia mente e soprattutto perché finalmente posso ora dire grazie a Lei e per Suo tramite a tutti quei meravigliosi ragazzi che passarono per Jesi.” [2]
Il legame tra la popolazione ed il Corpo di Italiano di Liberazione in quei giorni difficili non poteva essere meglio espresso dal ricordo di quella che allora era una adolescente e che visse la sua vita in questo spirito.


[1] L’articolo è una risposta in data 30 giugno 1984 ad un articolo di Sergio Pivetta pubblicato nel gennaio-febbraio 1984 su “L’Alpino”, mensile della Associazione Nazionale Alpini, in merito alla Liberazione di Jesi.
[2] Tralucci Fernanda, Era il 20 luglio 1944. In piazza Duomo siete arrivati Voi, i nostri salvatori. in L’Alpino, giugno 1984.

sabato 29 febbraio 2020

Il Valore Militare e gli Jesini

Edizione 1975


Se la città di Jesi ebbe un ruolo nelle vicende militari nella prima metà del novecento, gli Jesini in quanto assolsero il loro dovere di cittadini in Armi.
Nella Prima Guerra Mondiale, le brigate di riferimento sono la Brigata “Marche” e la Brigata “Ancona”, tutte nate in epoca postrisorgimentale ed umbertina con i reggimento, per la prima, 55° e 56° , e per la seconda, 69° e 70°. Il Distretto Militare di Ancona reclutava nella vallata dell’Esino, anche se le brigate, secondo la legge del 1873, avevano il nome geografico ed il distretto di alimentazione che corrispondeva al nome geografico, ma con accanto altri sei o sete distretti delle diverse regioni italiane, al fine di far comporre la brigata da tutti gli italiani, nella scelta post risorgimentale che “fatta l’Italia occorre fare gli italiani”
Nella Prima Guerra Mondiale  gli Jesini decorati di Medaglia d’Argento furono 28, di medaglia di bronzo 35 e 26 furono i decorati di croce di Guerra al Valore Militare. Nelle Marche si ebbero sette Medaglie d’Oro, tutte concesse a marchigiani di altre provincie. Da segnalare che uno Jesino Onesto Honorati ebbe, durante la guerra di Libia, la promozione per merito di guerra a tenente colonnello, ove si meritò anche una Croce di Guerra al Valore Militare. Durante la Grande Guerra, sul fronte italiano ebbe una Medaglia d’Argento al valor Militare e trasferito in Francia combattè nell’ambito del II Corpo d’Armata al comando del gen. Albricci e in unità miste franco-italiane, ove si guadagnò prima una Croce di Guerra francese e poi una successiva Croce di Guerra francese con Palma.
Tra le due guerre, particolarmente significativa la Medaglia d’Argento sul Campo avuta da Roberto Honorati, tenente medico. In una azione per la conquista di una quota, caduti tutti gli ufficiali, assumeva il comando e portava a compimento l’azione, ricevendo l’ammirazione di tutti.
Nella Guerra di Etiopia si distingue Marco Montali in cui si conquista due Croci di Guerra al valore Militare, una Medaglia di bronzo ed una d’Argento, e  nel 1941, alla vigilia della caduta dell’Impero, una Medaglia d’Argento al Valore Militare. Pietro Rosolini, che si era guadagnato due Medaglie di bronzo ed una Croce di guerra al Valor Militare durante la Grande Guerra, ebbe una terza Medaglia di Bronzo nel 1936,  ed infine una Croce di Guerra al valor Militare in Cirenaica nel dicembre 1941.
Nel ciclo di guerre che va dal 1935 al 1945, compresa quindi anche la Seconda Guerra Mondiale,  gli Jesini si conquistarono 34 Medaglie d’Argento, 36 di Bronzo e 50 Croci di guerra al Valor Militare, significando questo che i figli di coloro che combatterono la Grande Guerra furono degni dei loro Padri.
Per far fede alla sua tradizione aviatoria, Jesi vanta l’aviere Duilio Bianchelli, del personale navigante, mitragliere  che ha una Medaglia di Bronzo per azioni sul cielo del mediterraneo orientale, nel giugno luglio 1940, e una Croce di Guerra al valore Militare il 16 febbraio 1941 sul Cielo di Creta.
Eugenio Archetti che ha una medaglia d’Argento per difesa di Tobruck nel maggio 1941, e una, alla memoria, per la sua strenua resistenza su una posizione della frontiera egiziana nel dicembre 1941.
Esempi possono essere fatti per tutti i fronti di guerra ove il valore degli Jesini si rilevò ed è degno di nota.
Una nota particolare che emerge dalla Fonte da cui si sono tratte queste notizie ,(“Cittadini di Jesi Decorati al Valor Militare – Lions Club Internazionale, Club di Jesi, 1961, che è quindi una fonte non istituzionale); vi è inserito anche Marcello Honorati, decorato di Croce di Guerra al Valore Militare. La particolarità sta nel fatto che Marcello Honorati era un ufficiale volontario della X MAS - Battaglione Barbarigo, meritata come comandante di compagnia sul fronte di Nettuno, il 14 marzo 1944, ovvero sulla testa di ponte di Anzio durante le operazioni tedesche volte a ributtare a mare le forze alleate sbarcate. Per il fronte meridionale del Reich, come i tedeschi chiamavano in fronte italiano, per disposizione del Comando supremo tedesco in Italia non dovevano venire a contatto con truppe alleate, i reparti della R.S.I. Gli Italiani avevano compiti solo di controllo del territorio e repressione antiribellistica, come allora si chiamavano i partigiani.
 La X Flottiglia MAS, reparto italiano, riuscì a raggiungere il fronte di Nettuno perché non era una formazione della RSI, ma esisteva in base ad un accordo tra il principe Borghese, suo comandante, e il Comando Marittimo di La Spezia tedesco, stipulato nel settembre 1943. Manteneva la Bandiera Italiana il Regolamento di disciplina italiano e la divisa della Regia marina, era leale al vecchio alleato ma non voleva avere alcun rapporto con la RSI. Per questo era schierata sul fronte di Anzio. Era il segno dei tempi, non certo facili, seguiti alla crisi armistiziale dell’8 settembre. Tempi che si composero con la fine della guerra, la scelta Istituzionale del 2 giugno 1946, l’avvio dell’Italia di oggi.
Jesi, con la chiusura dell’aeroporto nel 1947 perse la sua caratteristica di città  “aeronautica” assunta agli inizi del novecento. Perse anche la connotazione di città militare, non avendo in città di stanza alcun reparto delle tre forze armate.
Jesi ha dimostrato di avere un alta passione per le virtù civiche, ed il suo monumento ai Caduti ricorda questo suo passato militare che il 75 anni di pace, non è stato scalfito ne attenuato, anche se si manifesta in forme e espressioni diverse, al segno ed al passo dei tempi.


domenica 23 febbraio 2020

Jsi. 20 luglio 1944 Testimonianze



.“Grazie, Alpino, per quel pane”.


La gratitudine della popolazione per la liberazione dai Tedeschi e per la fine dei pericoli si manifesta in modo spontaneo, ed aumenta quanto ci si accorge che a portare la libertà sono degli Italiani, e non degli stranieri come ci si aspettava, e per giunta appartenenti ad un Corpo estremamente popolare come quello degli Alpini. Francesco Gualdoni così scrive, attingendo dai suoi ricordi:

“Grazie Alpino per quel pane!. Eri sui vent’anni ed io ne avevo appena quindici. Ci incontrammo alle sei di mattina di quel 20 luglio 1944, in prossimità dello “sporticello” di via Mura Occidentali, in una Jesi completamente deserta. Il sibilo di qualche granata isolata e di uno Spitfire, su in alto, con attorno i segni della contraerea che tirava dalle colline a
nord della città. Mi accorsi di averti fatto sbigottire perché tu, Alpino, vedesti all’improvviso un viso macilento, due occhi guardinghi sotto i capelli incolti, una canottiera più piccola dei buchi che si ritrovava, quel ch’era rimasto dei pantaloni corti, uno spago per degnissima cinta, e le Timberland di allora, la pelle dei piedi. Risalivo le scalette a quattro zampe, sfinito dalla fame e dalle lunghe veglie. Ero uscito dalle cantine del civico 4 di via dell’Orfanatrofio, dove le donne, rosario in mano, attingevano piangendo la fine di tutto. Ma anche il tuo “look” non era migliore del mio, il cappello con mezza penna (forse una “raffica”?) calato sugli occhi, la divisa “Kaki” che avrebbe richiesto abbondanti lavaggi e rattoppi. Procedevi con circospezione, rasente al muro, il MAB[1] spianato e pronto a far fuoco. Mi chiedesti se la Wehrmacht se n’era andata ed io, annuendo, avevo ancora negli orecchi il gran botto del cavalcavia del viale della Vittoria, ridotto in briciole in quella notte più lunga del solito, poco dopo che i guastatori in ritirata erano passati a dar voce sulla porta del rifugio: "Alles kaputt, achtung, saltare ponte!”.
Mi passasti un pezzo di pane, di un bianco che non avevo mai visto e mi desti il bene assoluto della libertà, di cui spesso sperimentiamo la formula con pessimo uso. Non feci nemmeno in tempo a dirti grazie. Mi sdebito oggi, con 45 anni di ritardo. Scusami, Alpino del battaglione “Piemonte” ma sberle e sberleffi della vita mi hanno insegnato che l’eternità del tempo si può anche misurare a secondi” [2]



[1] Fucile automatico berretta, MAB, il fucile in dotazione alle truppe d’assalto ed alla fanteria del Corpo Italiano di Liberazione, lì dove era disponibili.
[2] Gualdoni Francesco, Grazie Alpino per quel pane!, in La Gazzetta di Ancona, 20 luglio 1989

martedì 18 febbraio 2020

Luglio 1944. Il passaggio del Fronte in provincia di Ancona



Quel che rimane: un nome inciso sulla pietra.



Come in tutte le cose di guerra, c’è sempre un costo da pagare in termini di feriti e di Caduti, che le relazioni ufficiali non riportano in quanto sono di entità minima ed il tempo poi cancella inesorabilmente. Nomi di ragazzi in piena gioventù scritti su una pietra di un monumento dimenticato e trascurato da tutti. Fra i tanti, scegliamo quello di Gianfranco Giorgi di Vistarino.
Gianfranco Giorgi di Vistarino, classe 1915, tenente di Artiglieria, ingegnere, sorpreso dall’armistizio in Montenegro, riuscì a raggiungere l’Italia attraverso gravissimi pericoli. Entrato nel raggruppamento, veniva in seguito assegnato ad una delle Brigate del Corpo Italiano di Liberazione quale interprete e ufficiale di collegamento. Aveva chiesto il trasferimento (accordatogli) all’11° reggimento artiglieria, durante il trasferimento si trovava, il giorno 19 luglio, in un fabbricato, quando un reparto di salmerie fu colpito dal fuoco tedesco che provocò diversi feriti. Mio fratello, uscito con altri in loro soccorso, fu investito da qualche scheggia di un colpo in arrivo, che gli procurò qualche ferita apparentemente non grave. La sera stessa ne fu informato il cap. Cicogna, il quale il girono successivo mi accompagnò all’Ospedale da Campo dove mio fratello era stato ricoverato. Lo trovai apparentemente bene, ma un medico mi informò che c’era il pericolo di una commozione viscerale che poteva avere esito mortale. La mattina del giorno dopo mio fratello mi confermò di sentirsi bene, ma tornato la sera mi accorsi subito che la situazione si era aggravata e che ogni speranza poteva considerarsi svanita. Nelle prime ore del 22 luglio spirò.”[1]  
Per contrastare l’oblio e per tenere vivo il ricordo e la memoria, ora che la generazione protagonista di questi eventi sta passando, sono state messe in atto iniziative atte ad integrare la funzione di queste “pietre”. Spiegare a chi è interessato attraverso sistemi divulgativi semplici il significato di queste pietre, non solo affidato agli Storici ed agli uomini di cultura. E’ nato il progetto “Le pietre parlano”, che con la buona volontà di tutti si spera di portare a termine[2]
Sergio Pivetta, riassume nel diario, i risvolti umani ed i sacrifici i quei giorni:
Domenica 23 luglio 1944, Ho incontrato Lenzi, della “Nembo”. A Belvedere, il “San Marco”, che già a Santa Maria Nuova aveva avuto una decina di morti, ha preso le sorbe. Continuano a giungere autoambulanze cariche di feriti. Molti i Caduti del 68° fanteria, al Musone. Moretti è tra di loro. Enrico Jallonghi è all’ospedale, ferito ad un occhio piuttosto seriamente, sembra. Una pallottola esplosiva, a quanto pare. Mimmo Genovesi è grave. Una pallottola al basso ventre. Sono stati colpiti, tutti e due, nei combattimenti di mercoledì scorso, 19 luglio, nei pressi del fiume Esino. Comincia a tirare brutto vento….Ecco il racconto di Enrico: “In marcia di avvicinamento, il XXIX battaglione bersaglieri stava scendendo lungo le colline marchigiane degradanti verso il fiume Esino. Erano le prime ore del pomeriggio, la mia compagnia si era appena fermata per effettuare una breve sosta, avevamo messo lo zaino a terra. Improvvisamente l’attacco. Ricevetti l’ordine di buttarmi con la squadra che comandavo, entro un vicino caseggiato e di sistemarlo a difesa, mentre le altre squadre si sparpagliavano organizzandosi tutto intorno. Piazzate alle finestre del primo piano le armi automatiche, diedi l’ordine di aprire il fuoco per controbattere quelle del nemico. Non essendo riuscito subito ad individuare la provenienza, salii quasi subito al piano superiore e, aperti i vetri di una finestra, cercai di scoprire, scrutando tra le fessure, da dove stavano sparando. Fu un attimo. Sentii un gran colpo, la mia testa fu presa in pieno dalla scheggia di una pallottola che, colpita una persiana, era esplosa. Caddi a terra. Persi per qualche attimo conoscenza.. Mi ripresi quasi subito. Era tutto buio, non vedevo più nulla. Sollevato dai compagni subito accorsi, venni portato nella cantina dove si era rifugiata l’intera famiglia che viveva nell’abitazione. Subito dopo i nostri reparti, sotto l’incalzare di un furioso fuoco nemico, furono costretti a ripiegare di circa tre chilometri. Rimasi solo tutta la notte, amorevolmente vegliato da quella cara, indimenticabile gente. In quelle condizioni, con i Tedeschi tutto intorno.. Sarebbero potuti entrare da un momento all’altro. Le ore non passavano mai.. Ma non vennero. Il mattino seguente, pressate dall’offensiva italiana, le truppe germaniche si ritirarono, i nostri ritornarono a prendermi e mi portarono all’ospedale civile di Jesi, dove ricevetti le prime cure. A Jesi, morente, c’era anche Mimmo Genovesi, ferito mentre combatteva con il suo plotone, poco distante dal mio, nella stessa azione”
……..
Lunedì 24 luglio 1944. Enrico Jallonghi perderà probabilmente l’occhio; Mimmo Genovesi è morto.” [3]
    
    Poche parole in un diario per indicare sacrifici ormai consegnati all’oblio del tempo.


[1] Testimonianza riportata dal fratello Edoardo Giorgi di Vistarino in Giorgi di Vistarino E., Cicogna Mozzoni A., Un generale scomodo. Umberto Utili, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2008, pag. 119 . Al ten. Gianfranco Giorgi di Vistarino fu conferita la medaglia di bronzo al valor militare con questa motivazione: “Ufficiale di artiglieria, sorpreso dall’Armistizio in Montenegro, riusciva a raggiungere il suolo patrio attraverso grandissimi pericoli. Entrato volontariamente a far parte del Corpo Italiano di Liberazione e destinato ad una grande unità, chiedeva insistentemente ed otteneva di essere assegnato ad un gruppo operativo in linea. Durante un violento tiro di artiglieria nemico, incurante del pericolo, usciva all’accantonamento per recare soccorso a militari feriti e veniva colpito da numerose schegge. Esempio di grande amore patrio, generoso ardimento ed altissimo senso del dovere”.
[2] Nei Documenti 4 e 5 sono riportati i dettagli di questo progetto, riferito al momento al Cippo di Casenuove e all’area dell’ex serra comunale, ad Osimo. Il primo per i Combattenti del Corpo Italiano di Liberazione, il secondo per i Caduti civili di Osimo.
[3] Pivetta S., Tutto per l’Italia. Diario di un alpino del battaglione “Piemonte”, cit, pag. 79

lunedì 10 febbraio 2020

20 luglio 1044. Occupazione di Jesi


STORIA MILITARE DELLE MARCHE
1944
 II Corpo Polacco e Corpo Italiano di LIberazione



Sergio Pivetta, nel suo diario, sotto la data del 20 luglio riporta poche ma significative annotazioni di quei momenti:
La notte passa tranquilla. E’ l’alba. Attacchiamo. Superata d’assalto la villa dove ieri sera si erano barricati, hanno dovuto abbandonarla precipitosamente. Tela di gran galoppo… Stamani siamo entrati in Jesi. La popolazione ci ha ricordato quella di Rapino: brava gente ..e che vino… Poi, i soli tristi spettacoli. Vendette, bastonate, i fazzoletti rossi si danno da fare. E’ disgustoso!”[1]
La conquista di Jesi la mattina del 20 luglio rappresenta il momento finale dell’azione del Corpo Italiano di Liberazione nell’azione per la conquista di Ancona. Occupare Jesi significò chiudere ogni azione tedesca che poteva essere portato sul fianco delle forze alleate attaccanti. Il Comando del 3° Reggimento alpini, col. Maggiorino Anfosso, così comunica al Comando della I Brigata la situazione:
“Fonogramma in partenza. Dal Comando 3° Alpini At Comando I Brigata. N. 100/Op. Alt. 20 luglio 1944 = ore 8,30 Alt At ore 7 “Piemonte” entrato in Jesi da margini occidentali alt gruppo someggiato zona casa Fronti (41-35) alt batteria controcarri sta assumendo schieramento margini ovest et nord ovest Jesi alt io procedo su Jesi alt oltre ai due prigionieri catturati nell’azione di ieri sono state catturate 3 mitragliatrici – i lanciabombe et materiale vario. Alt. Firmato Maggiorino”[2]
     
Fra le tante testimonianze del battaglione “Piemonte”, quella del s. ten. medico Augusto Giammiro, è interessante. Dopo aver ricordato che il piano di attacco del battaglione non prevedeva un attacco frontale alla città di Jesi ma ai fianchi per evitare distruzioni inutili, con la possibilità di chiudere in una sacca le unità e reparti Tedeschi che difendevano Jesi, rileva che i Tedeschi stessi, accortesi di questi piano, si ritirano con ordine ma non ebbero il tempo di attuare quelle distruzioni che erano soliti fare al momento di lasciare un abitato o una città, anche se il s. ten. Giammiro ricorda la periferia nord di Jesi disseminata di incendi e coperta di fumo.
Il plotone sanitario, al comando di Giammiro, composto da lui come tenente medico e da quattro alpini “portaferiti”.

“Al momento della partenza dei reparti, il Colonnello Comandante mi comunicò che dovevo rimanere fermo almeno per due ore dopo di che il piccolo plotone sanitario doveva indirizzarsi dritto verso una casa da lì distante circa due chilometri. Quello era il punto di soccorso medico. Successivamente, sulla base di eventuali scontri di fucileria, dovevo raggiungere la sottostante città recuperare l’ospedale civile ed issare sul balcone la bandiera tricolore quale segnale di occupazione avvenuta. Raggiunta la casa, sotto il pericolo dei cecchini, trovammo tutto in ordine, senza segni di abbandono fu così che chiamammo a voce alta dicendo di essere alpini in aiuto, nella speranza di far “uscire” eventuali cittadini nascosti ed allora sentii una voce che chiedeva: chi siete? Alla mia risposta siamo amici alpini Italiani, vedemmo aprirsi una botola dal pavimento è fuoriuscire impressionati grida di gioia e di evviva “siamo salvi, sono alpini”. Usciti dallo scantinato raccomandavo il massimo silenzio, cosa non facile data la presenza di molti bambini. Si trattava di oltre cento persone rifugiatesi nei sotterranei. Erano ancora terrorizzati e nel vedere noi alpini non credevano ancora ai loro occhi perché i Tedeschi erano andati via, affermando prossimo l’arrivo delle truppe marocchine. Ristabilita la calma e rifocillatici con anche del gradito buon verdicchio, il rumore di alcuni spari ci ricordava di raggiungere l’ospedale. Ivi giunti, non incontrammo problemi, , tranne la difficoltà di trovare il tricolore da esporre; gli alpini di guardia alle finestre. Dopo di che, finalmente l’arrivo della pattuglia del ten. Corvino grazie al quale la popolazione scese festosa per le strade dando alimenti e buon vino agli alpini che ne avevano veramente bisogno. Il giorno dopo, per normale avvicendamento la prima linea era presidiata dai paracadutisti della Nembo. Ci furono violenti combattimenti e ricordo, con molta tristezza, il corridoio dell’ospedale pieno di cadaveri di paracadutisti, oltre ai feriti in corsia.”[3]


[1] Pivetta S., Tutto per l’Italia. Diario di un alpino del battaglione “Piemonte”, cit, pag. 77
[2] Archivio Sergio Pivetta, Allegato 61, Copia.
[3] Giammiro Augusto, Il 20 luglio 1944 a Jesi rivissuto dall’Ufficiale Medico del Battaglione Alpini Piemonte in l’Alpino, novembre 1944.

mercoledì 5 febbraio 2020

Bandiera deSotto questa bandiera morì Lamberto Durantilla Legione Garibaldina in Francia 1914

1914
Sotto questa bandiera morì Lamberto Duranti anconetano, repubblicano, giornalista. I suoi funerali si svolsero ad Ancona il 20 gennaio 1915

sabato 25 gennaio 2020

Unicusano. Master di 1° LIvello


per informazioni www.unicusano.it/master


MASTER DI I LIVELLO
IN
POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI
DOTTRINA, STRATEGIA, ARMAMENTI
(1500 h – 60 CFU)
Anno Accademico 2019/2018
I edizione – I sessione

ART. 1ATTIVAZIONE
L’università degli studi Niccolò Cusano – Telematica Roma, in partnership con l’Istituto del Nastro Azzurro e il CeSVaM (Centro Studi sul Valore Militare) propone il master di I livello in “POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI. DOTTRINA,STRATEGIA, ARMAMENTI” afferente alla facoltà di Scienze Politiche per l’anno accademico 2019/2020 della durata di 1500 ore per 60 CFU complessivi.
Agli iscritti che avranno superato le eventuali prove di verifica intermedia e la prova finale verrà rilasciato il diploma di master di I livello in“POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGG. DOTTRINA,STRATEGIA, ARMAMENTI”
Art. 2 – OBIETTIVI
Il master si rivolge prevalentemente alle seguenti categorie:
¾     Appartenenti alle forze armate (Esercito, Marina, Aeronautica,);
¾     Appartenenti alle Forze dell’ordine (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza ed altre);
¾     Insegnanti di scuola media superiore;
¾     Funzionari pubblici;
¾     Ricercatori, studiosi e cultori di materie geografiche, politiche, militari e strategiche;
¾     Laureati in materie umanistiche e giuridiche;
¾     Soci del Nastro Azzurro, dell’UNUCI e delle associazioni combattentistiche ed arma.
Il master si propone di fornire ai partecipanti le conoscenze riguardanti un approccio interdisciplinare alla interpretazione e alla ricostruzione scientifica  dello svolgersi della politica militare nei vari paesi in particolare l’Italia e il contesto euroatlantico..

ART.3 - DESTINATARI E AMMISSIONE
Per l’iscrizione al Master è richiesto il possesso di almeno uno dei seguenti titoli:
1) laurea conseguita secondo gli ordinamenti didattici precedenti il decreto
ministeriale 3 novembre 1999 n. 509;
2) lauree ai sensi del D.M. 509/99 e ai sensi del D.M. 270/2004;
3) lauree specialistiche ai sensi del D.M. 509/99 e lauree magistrali ai sensi del D.M.
270/2004;
I candidati in possesso di titolo di studio straniero non preventivamente dichiarato equipollente da parte di una autorità accademica italiana, potranno chiedere al Comitato Scientifico il riconoscimento del titolo ai soli limitati fini dell’iscrizione al Master. Il titolo di studio straniero dovrà essere corredato da traduzione ufficiale in lingua italiana, legalizzazione e dichiarazione di valore a cura delle Rappresentanze diplomatiche italiane nel Paese in cui il titolo è stato conseguito.
I candidati sono ammessi con riserva previo accertamento dei requisiti previsti dal bando.
I titoli di ammissione devono essere posseduti alla data di scadenza del termine utile per la presentazione per le domande di ammissione.
L’iscrizione al Master è incompatibile con altre iscrizioni a Corsi di laurea, master, Scuole di specializzazione e Dottorati.

Art. 4 – DURATA, ORGANIZZAZIONE DIDATTICA, VERIFICHE E PROVA FINALE
Il Master ha durata annuale pari a 1500 ore di impegno complessivo per il corsista, corrispondenti         a 60 cfu.
Il Master si svolgerà in modalità  e-learning con piattaforma accessibile 24 h\24h.
 Il Master è articolato in :
-          lezioni video e materiale fad appositamente predisposto;
-          eventuali test di verifica di autoapprendimento
Tutti coloro che risulteranno  regolarmente iscritti al Master dovranno sostenere un esame finale che accerti il conseguimento degli obiettivi proposti presso la sede dell’Università sita in Roma – Via Don Carlo Gnocchi 3.
I lavori finali dei corsisti più meritevoli previa segnalazione della Commissione d’Esame, saranno pubblicati, dopo accurata revisione editoriale, sulla rivista trimestrale “Quaderni del Nastro Azzurro”.
Per ogni sessione di tesi il corsista o i corsisti che si classificheranno con votazione massima riceveranno dalla Presidenza del Nastro Azzurro un attestato di benemerenza.
Art. 5 - ORDINAMENTO DIDATTICO

Il percorso del Master prevede i seguenti insegnamenti così articolati:

Richiami di Geografia Politica ed Economica, Gli Stati. Analisi parametrale, Dottrine Strategiche, Elementi di Strategia, I Fondamenti della Politica. Riflessioni su: L’arte della Guerra di N. Macchiavelli, Guerra Fredda e divisione dell’Europa, Proliferazione nucleare, Politiche di riamo del dopoguerra, Politiche di stabilizzazione, Missioni di pace, Cooperazione civile-militare, Modelli di difesa in Italia dagli anni ’80, Il capitale Umano della Difesa, Logista militare Italiana, Difesa antimissili, Tecnologia ed Arte militare. Armamenti terrestri, navali, aere (Case Study: Industria della Difesa), La geografia degli armamenti. Analisi del Military Balance 2019.
Art. 6 - DOMANDA DI ISCRIZIONE

Insieme alla domanda di iscrizione, redatta secondo apposito modello e scaricabile dal sito www.unicusano.it, i candidati, pena l’esclusione dall’ammissione, dovranno produrre i seguenti documenti:

·         dichiarazione sostitutiva di certificazione (ai sensi del D.P.R. del 28 dicembre 2000 n. 445 art. 46) dei titoli di studio posseduti;
·         copia di un documento di identità personale in corso di validità;
·         copia del bonifico della prima rata;
·         copia del Codice Fiscale;
·         marca da bollo da € 16,00.
·         tesserino di servizio  o autodichiarazione se aventi diritto ad agevolazione economica


I cittadini non comunitari residenti all’estero potranno presentare la domanda tramite le Rappresentanze diplomatiche italiane competenti per territorio che, a loro volta, le provvederanno ad inviarle all’Università allegando il titolo di studio straniero corredato di traduzione ufficiale in lingua italiana, legalizzazione e dichiarazione di valore.

Oltre alla suddetta documentazione, i cittadini non comunitari residenti all’estero, dovranno presentare alla Segreteria Generale il permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura in unica soluzione per il periodo di almeno un anno; i cittadini non comunitari residenti in Italia dovranno presentare il permesso di soggiorno rilasciato per uno dei motivi indicati al’articolo 39, quinto comma, del D.L.vo n. 286 del 25.7.1998 (ossia per lavoro autonomo,lavoro subordinato,  per motivi familiari, per asilo politico, per asilo umanitario, o per motivi religiosi).

Tale documentazione dovrà essere presentata personalmente o inviata a mezzo raccomandata A.R. (farà fede il timbro postale dell’ufficio accettante), al seguente indirizzo:

Università degli Studi Niccolò Cusano- Telematica Roma
 Segreteria Generale Master
 Via don Carlo Gnocchi, 3
00166 Roma.

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Art. 7 - QUOTA DI ISCRIZIONE
Il costo annuo del Master è di € 1.500,00 (millecinquecento/00), la quota verrà versata in quattro rate di pari importo (€ 750,00 ciascuna) da corrispondersi secondo la scadenza che sarà indicata dalla Segreteria Master successivamente alla chiusura delle iscrizioni.

Art. 8 –  SCONTI E AGEVOLAZIONI
E’ prevista una quota d’iscrizione ridotta, pari a € 1.100,00 (millecento/00) per le seguenti categorie:
-          Laureati Unicusano
-          Militari
-          Insegnanti
-          Funzionari pubblici
-          Forze dell’Ordine
-                                                                           Soci del Nastro Azzurro e dell’UNUCI
Il versamento della quota d’iscrizione, suddiviso in quattro rate mensili  (ciascuna da € 275,00 (duecentosettantacinque/00) dovrà essere versata secondo la modalità descritta all’art. 7.
Per poter usufruire della suddetta agevolazione è necessario allegare alla domanda d’iscrizione opportuna certificazione/autocertificazione attestante l’appartenenza alla categoria beneficiaria dell’agevolazione economica
Art.  9 – SCADENZE
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Art. 10 – COMMISSIONE D’ESAME
Il Coordinatore del Corso è nominato dal Comitato Tecnico Organizzatore e allo stesso è demandata la nomina della Commissione d’esame finale che sarà composta da 5 componenti e potrà operare validamente con la presenza di almeno tre Commissari