Tuttavia, ritengo che le occasioni del cammino reale e non metaforico, sia in solitudine che in compagnia, e possibilmente in luoghi poco frequentati e in contatto con la natura, magari nel silenzio e nel buio della notte, permettano di parlare con noi stessi senza quelle interferenze e quelle distrazioni esterne che disturberebbero non solo la concentrazione, ma anche la sincerità dei nostri pensieri. Marciare insieme può costituire, il più delle volte, occasione per scambiarsi risposte alle nostre domande, chiarimenti ai nostri dubbi, argomenti per riflettere sulla necessità di portare correzioni a comportamenti o a convinzioni che nella “confusione” del vivere corrente non abbiamo il tempo né il modo di riconoscerci. Ciò senza sminuire, tuttavia, la ricchezza del cammino solitario, che consente una maggiore introspezione soprattutto nel silenzio notturno, rotto solamente dai rumore dei propri passi. E quando le condizioni lo permettono, la compagnia del manto stellare, nel quale è possibile riconoscere stelle e costellazioni, e misurare il tempo dal loro movimento, aiuta a mettere ordine ai propri pensieri e ai propri ricordi. Personalmente credo che nessuno strumento tecnologico possa intensificare o sostituire le esperienze che si possono vivere in solitudine o in compagnia silenziosa, soprattutto nelle marce notturne, ma anche in quelle di percorsi che consentono la visione del paesaggio o di sentieri boscosi. Inoltre ritengo che non sia secondaria la fatica fisica, che a volte accompagna il cammino, soprattutto su sentieri di montagna; tale fatica, come sappiamo bene, è spesso dura e ci invoglia a desistere o a fermarci per un riposo. Fermo restando che il riposo fa parte del cammino, la fatica è anche una misura della nostra tenacia, che ci porta a dirci “ancora un tratto …; dopo quel dosso …. ; sotto quella pianta …. e così rinviando anche di poco il momento del riposo ci alleniamo a resistere alla fatica, finché possibile, e rinforziamo la nostra tenacia. Inoltre la marcia non solitaria consente di parlare, e di sentire la condivisione della fatica; passare al compagno di cammino la borraccia per un sorso d’acqua è un gesto solo apparentemente di scarsa importanza!! Per questi motivi ritengo che le occasioni di incontro con amici comuni, attraverso il cammino e la fatica fisica siano ancora occasione di personale crescita interiore e di consolidamento delle amicizie. Non a caso, quindi, l’emblema della vita scout in età da rover è “la strada”! BUONA STRADA A TUTTI Antonio Levy, Giugno 2020
Espressione della attività del Comitato Scientifico del Club Ufficiali Marchigiani riporta pagine e note di Storia militare riferite principalmente alle Marche come contributo alla conoscenza di questa Regione e espressione nostra di marchigianità
mercoledì 8 luglio 2020
HA ANCORA SENSO CAMMINARE INSIEME PER CONDIVIDERE SPAZI DI RIFLESSIONE, IN UN PERIODO COME QUESTO, DOTATO DI SOFISTICATI MEZZI DI COMUNICAZIONE?
Tuttavia, ritengo che le occasioni del cammino reale e non metaforico, sia in solitudine che in compagnia, e possibilmente in luoghi poco frequentati e in contatto con la natura, magari nel silenzio e nel buio della notte, permettano di parlare con noi stessi senza quelle interferenze e quelle distrazioni esterne che disturberebbero non solo la concentrazione, ma anche la sincerità dei nostri pensieri. Marciare insieme può costituire, il più delle volte, occasione per scambiarsi risposte alle nostre domande, chiarimenti ai nostri dubbi, argomenti per riflettere sulla necessità di portare correzioni a comportamenti o a convinzioni che nella “confusione” del vivere corrente non abbiamo il tempo né il modo di riconoscerci. Ciò senza sminuire, tuttavia, la ricchezza del cammino solitario, che consente una maggiore introspezione soprattutto nel silenzio notturno, rotto solamente dai rumore dei propri passi. E quando le condizioni lo permettono, la compagnia del manto stellare, nel quale è possibile riconoscere stelle e costellazioni, e misurare il tempo dal loro movimento, aiuta a mettere ordine ai propri pensieri e ai propri ricordi. Personalmente credo che nessuno strumento tecnologico possa intensificare o sostituire le esperienze che si possono vivere in solitudine o in compagnia silenziosa, soprattutto nelle marce notturne, ma anche in quelle di percorsi che consentono la visione del paesaggio o di sentieri boscosi. Inoltre ritengo che non sia secondaria la fatica fisica, che a volte accompagna il cammino, soprattutto su sentieri di montagna; tale fatica, come sappiamo bene, è spesso dura e ci invoglia a desistere o a fermarci per un riposo. Fermo restando che il riposo fa parte del cammino, la fatica è anche una misura della nostra tenacia, che ci porta a dirci “ancora un tratto …; dopo quel dosso …. ; sotto quella pianta …. e così rinviando anche di poco il momento del riposo ci alleniamo a resistere alla fatica, finché possibile, e rinforziamo la nostra tenacia. Inoltre la marcia non solitaria consente di parlare, e di sentire la condivisione della fatica; passare al compagno di cammino la borraccia per un sorso d’acqua è un gesto solo apparentemente di scarsa importanza!! Per questi motivi ritengo che le occasioni di incontro con amici comuni, attraverso il cammino e la fatica fisica siano ancora occasione di personale crescita interiore e di consolidamento delle amicizie. Non a caso, quindi, l’emblema della vita scout in età da rover è “la strada”! BUONA STRADA A TUTTI Antonio Levy, Giugno 2020
giovedì 25 giugno 2020
Route di Mezza estate
PAOLO GIGLI
60127 Ancona
Via Maggini, 204
Tel. 071 897238
Cell. 337 654857
Ancona, 29 giugno 2020
Carissimi,
Vi informo che abbiamo organizzato una “ROUTE di MEZZA ESTATE” per venerdì 10 LUGLIO 2020.
L’incontro è previsto per le ore 19 a Polverigi, via della Baviera n.12 (consultare planimetrie allegate) dove potremo parcheggiare le nostre auto. Cercate di essere puntuali, come da stile scout, per realizzare bene l’incontro. Dal punto di ritrovo si procederà verso la casa di Mauro Vecchietti, dove affronteremo - nel migliore spirito scout – il tema “E’ in atto un cambiamento radicale della comunicazione, suggerito (imposto?) dalle nuove tecnologie. Riteniamo che abbia ancora senso camminare e dialogare insieme?”.
Certo di fare cosa gradita, allego alla presente il pensiero che Antonio Levy ha inteso dedicarci, non potendo essere presente all’evento (ovviamente la sua presenza spirituale è come sempre garantita!). L’incontro sarà allietato da uno spuntino “frugale”: grigliata di salsicce, costarelle e fegatini! Contributo per la cena: offerta libera.
Dopo l’incontro riprenderemo “insieme” il cammino sotto le stelle. La route avrà termine intorno alle ore 24.
Sarà presente Don Claudio Merli, Parroco di Collemarino. E’ gradito un segno scout: ad esempio il fazzolettone o altro. La partecipazione dovrà essere gentilmente confermata a Paolo Bonfigli al n.349 6715159, al quale potrete rivolgervi per ulteriori chiarimenti logistici.
Buona strada
Paolo Gigili
Ancona, 29 giugno 2020
Polverigi, Ancona
Carissimi,
Vi informo che abbiamo organizzato una “ROUTE di MEZZA ESTATE” per venerdì 10 LUGLIO 2020.
L’incontro è previsto per le ore 19 a Polverigi, via della Baviera n.12 (consultare planimetrie allegate) dove potremo parcheggiare le nostre auto. Cercate di essere puntuali, come da stile scout, per realizzare bene l’incontro. Dal punto di ritrovo si procederà verso la casa di Mauro Vecchietti, dove affronteremo - nel migliore spirito scout – il tema “E’ in atto un cambiamento radicale della comunicazione, suggerito (imposto?) dalle nuove tecnologie. Riteniamo che abbia ancora senso camminare e dialogare insieme?”.
Certo di fare cosa gradita, allego alla presente il pensiero che Antonio Levy ha inteso dedicarci, non potendo essere presente all’evento (ovviamente la sua presenza spirituale è come sempre garantita!). L’incontro sarà allietato da uno spuntino “frugale”: grigliata di salsicce, costarelle e fegatini! Contributo per la cena: offerta libera.
Dopo l’incontro riprenderemo “insieme” il cammino sotto le stelle. La route avrà termine intorno alle ore 24.
Sarà presente Don Claudio Merli, Parroco di Collemarino. E’ gradito un segno scout: ad esempio il fazzolettone o altro. La partecipazione dovrà essere gentilmente confermata a Paolo Bonfigli al n.349 6715159, al quale potrete rivolgervi per ulteriori chiarimenti logistici.
Buona strada
Paolo Gigili
lunedì 15 giugno 2020
mercoledì 10 giugno 2020
Il Porto di Ancona e la Grande Guerra III
STORIA MILITARE MARCHIGIANA
Durante la prima guerra mondiale, il porto militare di Ancona, a causa della sua felice collocazione al centro dell'Adriatico, di fronte alla costa dell'Istria e dalla Dalmazia (all'epoca facenti parte dell'Impero austro-ungarico), divenne, dal 12 febbraio al 27 ottobre 1918, la base di una squadriglia di MAS (Motoscafi Armati Siluranti), imbarcazioni d'assalto della Regia Marina Militare Italiana. Per questa ragione ebbe un ruolo in tre episodi della guerra sul mare e che segnano momenti di rilievo della Storia Militare Marchigiana. Questo momenti sono: la Beffa di Buccari del febbraio 1918, che è stato pubblicato con post in data 15 maggio 2020; il colpo di mano austriaco dell'aprile 1918 in data 1 giugno 2020 e, nella data anniversaria del 10 giugno pubblichiamo l'azione dei MAS contro la Squadra austriaca a Premuda, 10 giugno 1918.
L'altro MAS, al comando del guardiamarina Giuseppe Aonzo, colpì con uno dei suoi siluri l'altra unità maggiore, la corazzata “Tegetthoff”, ma senza causarle danni a causa della mancata esplosione dell'ordigno.
I due MAS riuscirono poi a disimpegnarsi dall'inseguimento delle torpediniere austro-ungariche di scorta alle corazzate, grazie alla loro maggiore velocità ed al lancio contro di loro di bombe antisommergibili.
....
Per la loro eroica impresa Rizzo e Aonzo vennero promossi e insigniti della Medaglia d'Oro al Valor Militare.
(nota a cura del Comandante pro tempore della Capitaneria di Porto di Ancona, anno 2016-17)
L’IMPRESA DI
PREMUDA DEL 10 GIUGNO 1918
Poche settimane dopo il tentato attacco austriaco, il 10 giugno 1918,
partiva dal porto
di Ancona una piccola squadra di due MAS, comandata da Rizzo, scortata
da due torpediniere,
che si distinse in quella che fu forse la più importante operazione offensiva
dell'Italia ai danni della Marina
austro-ungarica durante la prima guerra mondiale, l'impresa di Premuda.
Appostate al largo dell'isola di Premuda, nell'arcipelago di Zara, nell'attuale Croazia, ma all'epoca nei confini dell'Impero austro-ungarico, le due motosiluranti intercettarono un convoglio di diverse navi da guerra austro-ungariche che uscivano dal porto dirigendosi verso il mare aperto.
Il MAS di Rizzo colpì con i suoi due siluri la corazzata austro-ungarica “Szent Istvan” (Santo Stefano), determinandone l'affondamento.
...
Appostate al largo dell'isola di Premuda, nell'arcipelago di Zara, nell'attuale Croazia, ma all'epoca nei confini dell'Impero austro-ungarico, le due motosiluranti intercettarono un convoglio di diverse navi da guerra austro-ungariche che uscivano dal porto dirigendosi verso il mare aperto.
Il MAS di Rizzo colpì con i suoi due siluri la corazzata austro-ungarica “Szent Istvan” (Santo Stefano), determinandone l'affondamento.
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L'altro MAS, al comando del guardiamarina Giuseppe Aonzo, colpì con uno dei suoi siluri l'altra unità maggiore, la corazzata “Tegetthoff”, ma senza causarle danni a causa della mancata esplosione dell'ordigno.
I due MAS riuscirono poi a disimpegnarsi dall'inseguimento delle torpediniere austro-ungariche di scorta alle corazzate, grazie alla loro maggiore velocità ed al lancio contro di loro di bombe antisommergibili.
....
Per la loro eroica impresa Rizzo e Aonzo vennero promossi e insigniti della Medaglia d'Oro al Valor Militare.
(nota a cura del Comandante pro tempore della Capitaneria di Porto di Ancona, anno 2016-17)
lunedì 1 giugno 2020
Il Porto di Ancona e la Grande Guerra Il
STORIA MILITARE MARCHIGIANA
Durante la prima guerra mondiale, il porto militare di Ancona, a causa della sua felice collocazione al centro dell'Adriatico, di fronte alla costa dell'Istria e dalla Dalmazia (all'epoca facenti parte dell'Impero austro-ungarico), divenne, dal 12 febbraio al 27 ottobre 1918, la base di una squadriglia di MAS (Motoscafi Armati Siluranti), imbarcazioni d'assalto della Regia Marina Militare Italiana. Per questa ragione ebbe un ruolo in tre episodi della guerra sul mare e che segnano momenti di rilievo della Storia Militare Marchigiana. Questo momenti sono: la Beffa di Buccari del febbraio 1918, che è stato pubblicato con post in data 15 maggio 2020; oggi pubblichiamo il colpo di mano austriaco dell'aprile 1918 e, nella data anniversaria del 10 giugno pubblicheremo l'azione dei MAS contro la Squadra austriaca a Premuda, 10 giugno 1918.
Nel marzo 1918 il giovane ammiraglio Nicolaus Horty de Nagybaanya fu nominato comandante in capo della flotta austro-ungarica e – come prima mossa – mise subito allo studio una serie di operazioni navali che potessero vendicare l'offesa all'orgoglio della Marina austro-ungarica determinata dalla “Beffa di Buccari”, che, se aveva provocato solo limitati danni materiali, aveva invece gravemente minato il prestigio della marineria asburgica.
Egli valutò che la minaccia più grave venisse dai MAS e dai sommergibili italiani, e dalla loro base di Ancona.
Così ordinò al suo Stato Maggiore di progettare un’incursione dentro la piazzaforte marchigiana, al duplice scopo di distruggere quei mezzi navali così insidiosi per i navigli austriaci e ridare smalto alla credibilità della Imperial-Regia Marina, risollevando il morale della flotta.
Venne quindi ideato un piano ardito: nel pomeriggio del 4 aprile 1918 un commando di 59 incursori, costituito da marinai austriaci, magiari, croati e quattro di madrelingua italiana, si imbarcò a Pola sulla Torpediniera “Tb 96”, che salpò con una grossa motolancia a rimorchio.
Il manipolo era al comando del tenente di vascello conte Joseph Weith e comprendeva inoltre 4 cadetti (allievi ufficiali).
Alle ore 21 circa, dopo una navigazione tranquilla, giunti a quindici miglia a nord-est di Ancona, il gruppo passò sulla motolancia e proseguì in direzione della costa. A due miglia dalla riva, fermato il motore, la navigazione proseguì a remi. Molti dei marinai, tutti in regolamentare uniforme austriaca, si erano bendati la testa e fasciati per simulare, in caso fossero stati intercettati, la condizione di naufraghi.
..
Verso le ore 2 del 5 aprile la barca approdò sul litorale della località Marzocca di Senigallia, a diciassette chilometri da Ancona (in realtà l'approdo sarebbe dovuto avvenire sulla spiaggia vicina alla frazione di Torrette di Ancona, a circa due chilometri dalla città dorica; l'errore fu causato dalle correnti e dalle luci della stazione ferroviaria di Falconara Marittima, scambiata da Weith per quella di Ancona).
L'obiettivo della missione dei militari austro-ungarici era l'assalto ai sommergibili ed ai MAS alla fonda nel porto di Ancona, con l'eliminazione dei loro equipaggi e, possibilmente, anche del loro comandante, il capitano di corvetta Rizzo [2] e l'affondamento dei sottomarini. Successivamente il commando sarebbe dovuto fuggire con i MAS italiani, dopo aver distrutto o danneggiato il pontone corazzato posto all'ingresso del porto a difesa della base navale.
Il rientro al porto di Pola a bordo dei MAS catturati avrebbe concluso l'impresa, con un grande effetto propagandistico, che sarebbe valso a risollevare il morale dei militari e della popolazione austro-ungarica.
Raggiunta la strada costiera, gli austriaci s’inquadrarono per quattro, ufficiali in testa e, a passo cadenzato, si avviarono verso Ancona pensando di raggiungerla in un paio d’ore. Dopo cinque ore di marcia, invece, Weith dovette amaramente constatare di essere arrivato solamente nei pressi di Falconara.
A causa dell'errore sulla località di sbarco, gli incursori non riuscirono a raggiungere il porto di Ancona per l'alba del 5 aprile, come previsto dal piano, e furono costretti ad un cambiamento di programma, occupando manu militari un'abitazione colonica isolata, fuori strada, in località Barcaglione di Ancona, sita in posizione elevata con vista sulla costa e sul porto di Ancona, dove rimasero fino alla sera del 5 aprile, osservando dall'alto i movimenti all'interno del porto e inviando uno dei marinai a spiare le manovre del nemico.
Nel frattempo, una pattuglia della Guardia di Finanza in perlustrazione sul litorale di Marzocca scoprì la motolancia austriaca e diramò l’allarme. Immediatamente pattuglie di carabinieri e dell’esercito iniziarono i rastrellamenti nell’area, valutando quale possibile obiettivo degli austriaci gli impianti aeronautici di Jesi. La motolancia austriaca venne rimorchiata nel porto di Ancona per essere esaminata.
D'altro lato, l’allievo ufficiale austro-ungarico Corrado Schinko, travestito da contadino e inviato in perlustrazione, riferì che i sommergibili non erano più all’ormeggio consueto e che i MAS erano stati trasferiti nella calata presso l'ex-Lazzaretto, all'epoca adibito a zuccherificio.
Pertanto, il tenente di vascello Weith, valutando che fossero venute meno alcune delle condizioni previste dal piano d'attacco originario, decise di rinunciare ad attaccare i sommergibili e gli impianti portuali, limitando l'azione alla sola cattura dei MAS ed al rientro a Pola a bordo degli stessi.
Nella tarda serata del 5 aprile gli austriaci raggiunsero la barriera daziaria di Ancona; riuscirono a superarla facendosi passare per militari italiani, grazie al fatto che alcuni marinai austriaci provenienti dall'Istria o dalla Dalmazia parlavano l'italiano e che le divise della Marina austro-ungarica non erano molto dissimili da quelle della Marina italiana.
Giunti ormai in vista della stazione ferroviaria, due incursori di origine italiana e fede irredentista, il trentino Mario Casari e il triestino Giuseppe Pavani, rallentavano di proposito la loro marcia fino a staccarsi dal gruppo per allontanarsi e dare l'allarme ai carabinieri.
..
Poco dopo sopraggiungeva un gruppo di Reali Carabinieri (allertati da uno dei due incursori austriaci che avevano disertato), comandati dal brigadiere Anarseo Guadagnini, il quale ottenne la resa dei militari austro-ungarici, ormai resisi conto del fallimento della propria missione; solo tre marinai austriaci riuscirono a dileguarsi, ma vennero catturati nei giorni seguenti.
Sul luogo accorse anche il capitano di corvetta Luigi Rizzo, che svolse un primo interrogatorio degli ufficiali e si congratulò cavallerescamente con il tenente di vascello Weith per il coraggio dimostrato da lui e dai suoi uomini.
..
Il re Vittorio Emanuele III, proprio in quei giorni ad Ancona, appresa la notizia dello scontro con il commando austro-ungarico, concesse "motu proprio" la Medaglia d'argento al Valor Militare ai due valorosi finanzieri Maganuco e Grassi ed al brigadiere dei Carabinieri Guadagnini.
Al contrario, i comandanti militari del Corpo d'Armata e della Divisione di Ancona furono destituiti, mentre i componenti delle pattuglie di vigilanza lungo la costa furono deferiti al Tribunale Militare e successivamente condannati a pene detentive.
segue con la nota dedicata all'impresa di Premuda che sarà pubbliata in data 10 giugno 2020
Nel marzo 1918 il giovane ammiraglio Nicolaus Horty de Nagybaanya fu nominato comandante in capo della flotta austro-ungarica e – come prima mossa – mise subito allo studio una serie di operazioni navali che potessero vendicare l'offesa all'orgoglio della Marina austro-ungarica determinata dalla “Beffa di Buccari”, che, se aveva provocato solo limitati danni materiali, aveva invece gravemente minato il prestigio della marineria asburgica.
Egli valutò che la minaccia più grave venisse dai MAS e dai sommergibili italiani, e dalla loro base di Ancona.
Così ordinò al suo Stato Maggiore di progettare un’incursione dentro la piazzaforte marchigiana, al duplice scopo di distruggere quei mezzi navali così insidiosi per i navigli austriaci e ridare smalto alla credibilità della Imperial-Regia Marina, risollevando il morale della flotta.
Venne quindi ideato un piano ardito: nel pomeriggio del 4 aprile 1918 un commando di 59 incursori, costituito da marinai austriaci, magiari, croati e quattro di madrelingua italiana, si imbarcò a Pola sulla Torpediniera “Tb 96”, che salpò con una grossa motolancia a rimorchio.
Il manipolo era al comando del tenente di vascello conte Joseph Weith e comprendeva inoltre 4 cadetti (allievi ufficiali).
Alle ore 21 circa, dopo una navigazione tranquilla, giunti a quindici miglia a nord-est di Ancona, il gruppo passò sulla motolancia e proseguì in direzione della costa. A due miglia dalla riva, fermato il motore, la navigazione proseguì a remi. Molti dei marinai, tutti in regolamentare uniforme austriaca, si erano bendati la testa e fasciati per simulare, in caso fossero stati intercettati, la condizione di naufraghi.
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Verso le ore 2 del 5 aprile la barca approdò sul litorale della località Marzocca di Senigallia, a diciassette chilometri da Ancona (in realtà l'approdo sarebbe dovuto avvenire sulla spiaggia vicina alla frazione di Torrette di Ancona, a circa due chilometri dalla città dorica; l'errore fu causato dalle correnti e dalle luci della stazione ferroviaria di Falconara Marittima, scambiata da Weith per quella di Ancona).
L'obiettivo della missione dei militari austro-ungarici era l'assalto ai sommergibili ed ai MAS alla fonda nel porto di Ancona, con l'eliminazione dei loro equipaggi e, possibilmente, anche del loro comandante, il capitano di corvetta Rizzo [2] e l'affondamento dei sottomarini. Successivamente il commando sarebbe dovuto fuggire con i MAS italiani, dopo aver distrutto o danneggiato il pontone corazzato posto all'ingresso del porto a difesa della base navale.
Il rientro al porto di Pola a bordo dei MAS catturati avrebbe concluso l'impresa, con un grande effetto propagandistico, che sarebbe valso a risollevare il morale dei militari e della popolazione austro-ungarica.
Raggiunta la strada costiera, gli austriaci s’inquadrarono per quattro, ufficiali in testa e, a passo cadenzato, si avviarono verso Ancona pensando di raggiungerla in un paio d’ore. Dopo cinque ore di marcia, invece, Weith dovette amaramente constatare di essere arrivato solamente nei pressi di Falconara.
A causa dell'errore sulla località di sbarco, gli incursori non riuscirono a raggiungere il porto di Ancona per l'alba del 5 aprile, come previsto dal piano, e furono costretti ad un cambiamento di programma, occupando manu militari un'abitazione colonica isolata, fuori strada, in località Barcaglione di Ancona, sita in posizione elevata con vista sulla costa e sul porto di Ancona, dove rimasero fino alla sera del 5 aprile, osservando dall'alto i movimenti all'interno del porto e inviando uno dei marinai a spiare le manovre del nemico.
Nel frattempo, una pattuglia della Guardia di Finanza in perlustrazione sul litorale di Marzocca scoprì la motolancia austriaca e diramò l’allarme. Immediatamente pattuglie di carabinieri e dell’esercito iniziarono i rastrellamenti nell’area, valutando quale possibile obiettivo degli austriaci gli impianti aeronautici di Jesi. La motolancia austriaca venne rimorchiata nel porto di Ancona per essere esaminata.
D'altro lato, l’allievo ufficiale austro-ungarico Corrado Schinko, travestito da contadino e inviato in perlustrazione, riferì che i sommergibili non erano più all’ormeggio consueto e che i MAS erano stati trasferiti nella calata presso l'ex-Lazzaretto, all'epoca adibito a zuccherificio.
Pertanto, il tenente di vascello Weith, valutando che fossero venute meno alcune delle condizioni previste dal piano d'attacco originario, decise di rinunciare ad attaccare i sommergibili e gli impianti portuali, limitando l'azione alla sola cattura dei MAS ed al rientro a Pola a bordo degli stessi.
Nella tarda serata del 5 aprile gli austriaci raggiunsero la barriera daziaria di Ancona; riuscirono a superarla facendosi passare per militari italiani, grazie al fatto che alcuni marinai austriaci provenienti dall'Istria o dalla Dalmazia parlavano l'italiano e che le divise della Marina austro-ungarica non erano molto dissimili da quelle della Marina italiana.
Giunti ormai in vista della stazione ferroviaria, due incursori di origine italiana e fede irredentista, il trentino Mario Casari e il triestino Giuseppe Pavani, rallentavano di proposito la loro marcia fino a staccarsi dal gruppo per allontanarsi e dare l'allarme ai carabinieri.
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Gli altri incursori austriaci si diressero invece verso l'edificio
dell'antico Lazzaretto,
sul lato esterno del quale, sul mare, avrebbero dovuto essere ormeggiati i MAS. Qui
incontrarono Carlo
Grassi e Giuseppe
Maganuco, due militi della Guardia di finanza di guardia sul
corridoio scoperto sopra il muraglione della Mole, detto Marciaronda.
Sempre grazie ai marinai che parlavano italiano, gli austro-ungarici riuscirono ad ingannarli, facendosi passare per gli equipaggi dei mezzi navali italiani, e raggiunsero l'unico MAS rimasto alla fonda, in quanto non funzionante. Infatti, tutti gli altri natanti erano usciti dal porto, in ricognizione, proprio per prevenire eventuali attacchi austriaci alla base navale.
Tuttavia i due finanzieri si insospettirono, seguirono dall'alto del marciaronda il primo gruppo di marinai austriaci, i quali, vistisi scoperti, aggredirono i militari italiani: il Grassi venne colpito da una pugnalata, anche se non gravemente [3], mentre il Maganuco ebbe la presenza di spirito di retrocedere e di far fuoco con il suo moschetto contro l'aggressore, precludendo inoltre agli altri militari austro-ungarici ogni via di fuga.
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Sempre grazie ai marinai che parlavano italiano, gli austro-ungarici riuscirono ad ingannarli, facendosi passare per gli equipaggi dei mezzi navali italiani, e raggiunsero l'unico MAS rimasto alla fonda, in quanto non funzionante. Infatti, tutti gli altri natanti erano usciti dal porto, in ricognizione, proprio per prevenire eventuali attacchi austriaci alla base navale.
Tuttavia i due finanzieri si insospettirono, seguirono dall'alto del marciaronda il primo gruppo di marinai austriaci, i quali, vistisi scoperti, aggredirono i militari italiani: il Grassi venne colpito da una pugnalata, anche se non gravemente [3], mentre il Maganuco ebbe la presenza di spirito di retrocedere e di far fuoco con il suo moschetto contro l'aggressore, precludendo inoltre agli altri militari austro-ungarici ogni via di fuga.
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Poco dopo sopraggiungeva un gruppo di Reali Carabinieri (allertati da uno dei due incursori austriaci che avevano disertato), comandati dal brigadiere Anarseo Guadagnini, il quale ottenne la resa dei militari austro-ungarici, ormai resisi conto del fallimento della propria missione; solo tre marinai austriaci riuscirono a dileguarsi, ma vennero catturati nei giorni seguenti.
Sul luogo accorse anche il capitano di corvetta Luigi Rizzo, che svolse un primo interrogatorio degli ufficiali e si congratulò cavallerescamente con il tenente di vascello Weith per il coraggio dimostrato da lui e dai suoi uomini.
..
Il re Vittorio Emanuele III, proprio in quei giorni ad Ancona, appresa la notizia dello scontro con il commando austro-ungarico, concesse "motu proprio" la Medaglia d'argento al Valor Militare ai due valorosi finanzieri Maganuco e Grassi ed al brigadiere dei Carabinieri Guadagnini.
Al contrario, i comandanti militari del Corpo d'Armata e della Divisione di Ancona furono destituiti, mentre i componenti delle pattuglie di vigilanza lungo la costa furono deferiti al Tribunale Militare e successivamente condannati a pene detentive.
(nota a cura del Comandante della Capitaneria di Porto di Ancona, anno 2016-17)
segue con la nota dedicata all'impresa di Premuda che sarà pubbliata in data 10 giugno 2020
domenica 24 maggio 2020
Ancona e la Grande Guerra. Volume II
Seguito del precedente dedicato al 1914, il volume, primo dei due in programma per il 1915, descrive la genesi di una scelta, frutto in gran parte delle imposizioni altrui e in parte dalle nostre decisioni, generate dalla dichiarazione di neutralità nell’agosto 1914, ove, in pratica, l’Italia non aveva più né alleati né tantomeno amici; descrive, poi, il perché di questa situazione difficile ed intricata, che fu risolta solo scegliendo fra le due opzioni rimaste: guadagnarsi nuovi Alleati, ovvero scendere a fianco dell’Intesa, o accettare quanto ci offrivano gli ex-Alleati, Austria-Ungheria e Germania in cambio della nostra neutralità. Era lo scontro tra interventisti e neutralisti, che videro le Marche in prima fila. Uno scontro che fu risolto senza tenere contro delle esigenze e delle condizioni militari. Il rovesciamento delle alleanze maturato nel 1914 imponeva più tempo per una adeguata preparazione alla guerra; un dato, questo, sottovaluto e che incise su una mobilitazione rilevatasi tardiva. Il Primo Ministro Antonio Salandra ed il Ministro degli Esteri, Sydney Sonnino, sono gli artefici primi di questa situazione che mise in difficoltà gravi il vertice militare.
Il Regio Esercito e la Regia Marina entrarono in guerra non pronte, tanto che la prima grande offensiva terrestre fu lanciata il 23 giugno 1915 ad un mese dalla dichiarazione di guerra, mentre le coste italiane, da Venezia a Otranto sono e rimangono indifese per tutto il 1915 e gran parte dell’anno seguente. Segni, questi, che avvalorano ancor di più l’assunto proposto.
Le Marche, ove gli interventisti erano la maggioranza, pagarono immediatamente questi errori; le coste marchigiane, con Ancona in testa, furono attaccate il primo giorno di guerra, imponendo un totale radicale cambio di vita e di comportamenti. La Guerra si era presentata subito ai Marchigiani con il suo vero volto, chiamando tutti alla realtà, smorzando in poche ore l’entusiasmo di quello che fu definito “il maggio radioso”, ma che radioso non fu.
L’incontro sarà preceduto da una nota introduttiva del Presidente della Accademia di Oplologia e Militaria Massimo Ossidi, che porgerà il rituale saluto agi convenuti con gli aggiornamenti relativi allo svolgersi delle iniziative avviate dall’Accademia in merito alla Grande Guerra.
Il naturale dibattito con i Soci, gli amici e con quanti vorranno intervenire concluderà questo primo incontro.
venerdì 15 maggio 2020
Il Porto di Ancona e la Grande Guerra 1 La Beffa di Buccari
STORIA MILITARE MARCHIGIANA
Durante la prima guerra mondiale, il porto militare di Ancona,
a causa della sua felice collocazione al centro dell'Adriatico, di fronte alla
costa dell'Istria
e dalla Dalmazia
(all'epoca facenti parte dell'Impero
austro-ungarico), divenne, dal 12 febbraio al 27 ottobre 1918, la base di una
squadriglia di MAS
(Motoscafi Armati Siluranti), imbarcazioni d'assalto della Regia Marina Militare Italiana. Per questa ragione ebbe un ruolo in tre episodi della guerra sul mare e che segnano momenti di rilievo della Storia Militare Marchigiana. Questo momenti sono: la Beffa di Buccari del febbraio 1918, il colpo di mano austriaco dell'aprile 1918 e l'azione dei MAS contro la Squadra austriaca a Premuda, 10 giugno 1918.
Tale formazione navale era comandata dal capitano di corvetta Luigi Rizzo, il quale, proprio alla guida di un MAS, era stato uno dei protagonisti dell'affondamento della corazzata guardacoste austriaca Wien (Vienna) (avvenuto nella rada di Trieste la notte tra il 9 ed il 10 dicembre 1917) e della c.d. Beffa di Buccari, quando, il 10-11 febbraio 1918, tre MAS al comando di Costanzo Ciano, trenta uomini in tutto (“e trentuno con la morte”, scriverà poi D'Annunzio) violarono la base di Buccari, in fondo al golfo del Quarnaro nell'attuale Croazia.
Durante la prima guerra mondiale, il porto militare di Ancona, a causa
della sua felice collocazione al centro dell'Adriatico, di fronte alla costa
dell'Istria e dalla Dalmazia (all'epoca facenti parte dell'Impero
austro-ungarico), divenne, dal 12 febbraio al 27 ottobre 1918, la base di una
squadriglia di MAS (Motoscafi Armati Siluranti), imbarcazioni d'assalto della
Regia Marina Militare Italiana.
Tale formazione navale era comandata dal capitano di corvetta Luigi Rizzo, il quale, proprio alla guida di un MAS, era stato uno dei protagonisti dell'affondamento della corazzata guardacoste austriaca Wien (Vienna) (avvenuto nella rada di Trieste la notte tra il 9 ed il 10 dicembre 1917) e della c.d. Beffa di Buccari, quando, il 10-11 febbraio 1918, tre MAS al comando di Costanzo Ciano, trenta uomini in tutto (“e trentuno con la morte”, scriverà poi D'Annunzio) violarono la base di Buccari, in fondo al golfo del Quarnaro nell'attuale Croazia.

Dopo avere lanciato i siluri contro quattro
mercantili, nella fase di disimpegno Gabriele
D’Annunzio [1],
imbarcato sul MAS comandato da Luigi
Rizzo, lasciò in acqua le famose tre bottiglie contenenti uno sprezzante messaggio
che irrideva alla passività della flotta imperiale austro-ungarica.
(nota a cura del Comandante della Capitaneria di Porto di Ancona, anno 2016-17)
(nota a cura del Comandante della Capitaneria di Porto di Ancona, anno 2016-17)
(la nota segue con post in data 25 maggio 2020)
sabato 9 maggio 2020
martedì 5 maggio 2020
giovedì 23 aprile 2020
venerdì 17 aprile 2020
Il coronavirus cancella ogni incontro
domenica 12 aprile 2020
mercoledì 1 aprile 2020
lunedì 23 marzo 2020
lunedì 9 marzo 2020
martedì 3 marzo 2020
La Guerra in provincia di Ancoa. Luglio 1944. Testimonianze
“I carri
funebri erano stati rubati dai fascisti per fuggire”.
Il passaggio del fronte fu una
tragedia sociale. Impossibile descrive la situazione di ognuno, situazioni che
dovrebbero essere riportate al presente per capire la immensità della tragedia
stessa. Una sintesi di quei drammi, leniti in parte dalla esternazione di
valori vissuti e praticati in questa testimonianza, che è anche ricordo
struggente, memoria ed affetto per la liberazione da questi incubi da parte di
una adolescente, a Jesi:
“Era da poco giorno, quel 20 luglio 1944 ed io ero in piazza del Duomo
con nelle mani le borse contenenti fiaschi per andare a prendere l’acqua alla
fonte di San Marco, perché, con tutto il resto, i Tedeschi avevano già da
giorni fatto saltare l’acquedotto. Avevo 16 anni e con me erano altre due
coetanee quando, dal lato opposto a quello in cui mi trovavo, ho visto spuntare
soldati con mitra spianati; impaurita come ero e con me le mie compagne, fuggii
verso i vicoli, gridando a chi poteva sentire di nascondersi, perché c’erano
ancora i Tedeschi. Poi, seminascosta, tornai verso la piazza per vedere che
altro di male potevano ancora volerci fare i Tedeschi, naturalmente pronta a
darmela a gambe levate per nascondermi. I soldati avanzavano ed ora potevo
distinguere meglio. E vidi meglio. Eravate Voi, i liberatori e quanto eravate
belli, così come vi ho visto! Senza rendermene conto, lasciai le borse che
ancora avevo in mano e vi corsi incontro. Non so se foste voi ad abbracciarmi o
se fossi io, forse insieme, non ricordo. So solo che piangevo e ridevo insieme
perché finalmente eravate arrivati eppoi perché eravate Italiani come noi. Mi
sentii buttare in aria; ma appena a terra corsi di nuovo verso i vicoli
gridando la notizia che da tanti giorni aspettavamo. Lì, per lì, la piazza si
gremì di gente; ma io corsi a casa ( abitavo proprio lì vicino) per dire alla
mia mamma ed a mio fratello, che stava morendo per i maltrattamenti subiti in
un rastrellamento tedesco, che finalmente eravamo stati da Voi liberati. Non
dico con quanta commozione comune, credo possa immaginarlo. Mario, mio
fratello, sembrava guarito dalla felicità, mentre la mamma lo rassicurava e lo
accarezzava insieme. C’ero eccome, quel giorno e quanto Lei ha scritto[1]
è proprio tanto vero che mi pare di essere tornata indietro nel tempo. Sette
giorni dopo, poi, di mattina vennero a casa nostra quattro soldati: un Alpino,
un Bersagliere, un Paracadutista ed un Fante, guidati da un tenente medico
degli Alpini. Erano stati informati che qui c’era un ragazzo di 19 anni che
stava morendo e per quale causa. Sapevano anche che, nei pochi momenti di
lucidità che aveva, era tormentato dal pensiero che, nonostante si fosse
rifiutato di trasportare le cassette di mine con le quali i Tedeschi
volevano e fecero saltare la galleria di Serra San Quirico (Ancona) vi era
stato costretto a forza di bastonate e colpi con il calcio del mitra ed infine,
per ulteriore rifiuto, gettato nel fiume sottostante la montagna e creduto
morto, si potesse credere che lui fosse un vigliacco.
Egli, in effetti, aveva da tempo fatta la scelta che la coscienza di Italiano
gli aveva suggerito e le precedenti persecuzioni dei repubblichini lo possono
dimostrare; ma il suo chiodo fisso era e restava quello di essere stato
umiliato e costretto a fare ciò che non avrebbe mai voluto fare e quello di non
essere piuttosto ammazzato subito, nonostante la voglia di vivere che aveva. A
quei cinque Angeli venuti per tranquillizzarlo, lo disse con il poco fiato che
ancora aveva, piangendo e con lui tutti noi. Poi, loro dissero ciò che lui
aspettava per acquetarsi: che se tutti gli Italiani avessero agito come lui,
forse molti di quei ragazzi che dopo l’8 settembre 1943 si erano arruolati per
venire a liberare noi, non sarebbero morti. E fecero una cosa meravigliosa:
spiegarono una bandiera tricolore che avevano con loro, gliela distesero sul
suo corpo nel letto e si intrattennero ancora un po’.
Non avevamo niente da offrire loro, solo un po’ di vino di quel fiasco
regalatoci da un Alpino alcuni giorni prima ……si era procurato. Lo offrimmo con
tutto il cuore e con tutta la riconoscenza. Il giorno dopo, il 28 luglio 1944,
mio fratello morì così come aveva detto ai nostri parenti che si era premurato
di cercare, quel generoso tenente medico che lo aveva visitato.
Poi l’altro, unico ma incommensurabile riconoscimento che mio fratello ebbe:
al suo funerale ‘eravate anche voi e su quella bara, che sembrava più una cassa
per il trasporto di frutta che tale, metteste nuovamente il Tricolore. Inoltre,
nonostante che il percorso da casa al Cimitero fosse ancora minato, credo che
partecipò con voi, tutta Jesi, tanto era lunga la processione di gente dietro a
quel carrettino a mano che lo trasportava là (i carri funebri erano stati
rubati da fascisti per fuggire).
Scrivo e piango.
Piango perché esprimo questo ricordo che è sempre fisso nella mia mente e
soprattutto perché finalmente posso ora dire grazie a Lei e per Suo tramite a
tutti quei meravigliosi ragazzi che passarono per Jesi.” [2]
Il legame tra la popolazione
ed il Corpo di Italiano di Liberazione in quei giorni difficili non poteva
essere meglio espresso dal ricordo di quella che allora era una adolescente e
che visse la sua vita in questo spirito.
[1] L’articolo
è una risposta in data 30 giugno 1984 ad un articolo di Sergio Pivetta pubblicato
nel gennaio-febbraio 1984 su “L’Alpino”, mensile della Associazione Nazionale
Alpini, in merito alla Liberazione di Jesi.
[2] Tralucci
Fernanda, Era il 20 luglio 1944. In piazza Duomo
siete arrivati Voi, i nostri salvatori. in L’Alpino, giugno 1984.
sabato 29 febbraio 2020
Il Valore Militare e gli Jesini
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| Edizione 1975 |
Se la città di Jesi ebbe
un ruolo nelle vicende militari nella prima metà del novecento, gli Jesini in
quanto assolsero il loro dovere di cittadini in Armi.
Nella Prima Guerra
Mondiale, le brigate di riferimento sono la Brigata “Marche” e la Brigata
“Ancona”, tutte nate in epoca postrisorgimentale ed umbertina con i reggimento,
per la prima, 55° e 56° , e per la seconda, 69° e 70°. Il Distretto Militare di
Ancona reclutava nella vallata dell’Esino, anche se le brigate, secondo la
legge del 1873, avevano il nome geografico ed il distretto di alimentazione che
corrispondeva al nome geografico, ma con accanto altri sei o sete distretti
delle diverse regioni italiane, al fine di far comporre la brigata da tutti gli
italiani, nella scelta post risorgimentale che “fatta l’Italia occorre fare gli
italiani”
Nella Prima Guerra Mondiale gli Jesini decorati di Medaglia d’Argento furono 28, di medaglia di bronzo 35 e 26 furono i
decorati di croce di Guerra al Valore Militare. Nelle Marche si ebbero
sette Medaglie d’Oro, tutte concesse a marchigiani di altre provincie. Da
segnalare che uno Jesino Onesto Honorati ebbe, durante la guerra di Libia, la promozione
per merito di guerra a tenente colonnello, ove si meritò anche una Croce di
Guerra al Valore Militare. Durante la Grande Guerra, sul fronte italiano ebbe
una Medaglia d’Argento al valor Militare e trasferito in Francia combattè
nell’ambito del II Corpo d’Armata al comando del gen. Albricci e in unità miste
franco-italiane, ove si guadagnò prima una Croce di Guerra francese e poi una
successiva Croce di Guerra francese con Palma.
Tra le due guerre,
particolarmente significativa la Medaglia d’Argento sul Campo avuta da Roberto
Honorati, tenente medico. In una azione per la conquista di una quota, caduti
tutti gli ufficiali, assumeva il comando e portava a compimento l’azione,
ricevendo l’ammirazione di tutti.
Nella Guerra di Etiopia
si distingue Marco Montali in cui si conquista due Croci di Guerra al valore
Militare, una Medaglia di bronzo ed una d’Argento, e nel 1941, alla vigilia della caduta
dell’Impero, una Medaglia d’Argento al Valore Militare. Pietro Rosolini, che si
era guadagnato due Medaglie di bronzo ed una Croce di guerra al Valor Militare
durante la Grande Guerra, ebbe una terza Medaglia di Bronzo nel 1936, ed infine una Croce di Guerra al valor
Militare in Cirenaica nel dicembre 1941.
Nel ciclo di guerre che
va dal 1935 al 1945, compresa quindi anche la Seconda Guerra Mondiale, gli Jesini si conquistarono 34 Medaglie d’Argento, 36 di Bronzo e 50
Croci di guerra al Valor Militare, significando questo che i figli di
coloro che combatterono la Grande Guerra furono degni dei loro Padri.
Per far fede alla sua
tradizione aviatoria, Jesi vanta l’aviere Duilio Bianchelli, del personale
navigante, mitragliere che ha una
Medaglia di Bronzo per azioni sul cielo del mediterraneo orientale, nel giugno
luglio 1940, e una Croce di Guerra al valore Militare il 16 febbraio 1941 sul
Cielo di Creta.
Eugenio Archetti che ha
una medaglia d’Argento per difesa di Tobruck nel maggio 1941, e una, alla
memoria, per la sua strenua resistenza su una posizione della frontiera egiziana
nel dicembre 1941.
Esempi possono essere
fatti per tutti i fronti di guerra ove il valore degli Jesini si rilevò ed è
degno di nota.
Una nota particolare che
emerge dalla Fonte da cui si sono tratte queste notizie ,(“Cittadini di Jesi Decorati al Valor Militare – Lions Club
Internazionale, Club di Jesi, 1961, che è quindi una fonte non
istituzionale); vi è inserito anche Marcello Honorati, decorato di Croce di
Guerra al Valore Militare. La particolarità sta nel fatto che Marcello Honorati
era un ufficiale volontario della X MAS - Battaglione Barbarigo, meritata come
comandante di compagnia sul fronte di Nettuno, il 14 marzo 1944, ovvero sulla
testa di ponte di Anzio durante le operazioni tedesche volte a ributtare a mare
le forze alleate sbarcate. Per il fronte meridionale del Reich, come i tedeschi
chiamavano in fronte italiano, per disposizione del Comando supremo tedesco in
Italia non dovevano venire a contatto con truppe alleate, i reparti della
R.S.I. Gli Italiani avevano compiti solo di controllo del territorio e
repressione antiribellistica, come allora si chiamavano i partigiani.
La X Flottiglia MAS, reparto italiano, riuscì
a raggiungere il fronte di Nettuno perché non era una formazione della RSI, ma
esisteva in base ad un accordo tra il principe Borghese, suo comandante, e il
Comando Marittimo di La Spezia tedesco, stipulato nel settembre 1943. Manteneva
la Bandiera Italiana il Regolamento di disciplina italiano e la divisa della
Regia marina, era leale al vecchio alleato ma non voleva avere alcun rapporto
con la RSI. Per questo era schierata sul fronte di Anzio. Era il segno dei
tempi, non certo facili, seguiti alla crisi armistiziale dell’8 settembre.
Tempi che si composero con la fine della guerra, la scelta Istituzionale del 2
giugno 1946, l’avvio dell’Italia di oggi.
Jesi, con la chiusura
dell’aeroporto nel 1947 perse la sua caratteristica di città “aeronautica” assunta agli inizi del
novecento. Perse anche la connotazione di città militare, non avendo in città
di stanza alcun reparto delle tre forze armate.
Jesi ha dimostrato di
avere un alta passione per le virtù civiche, ed il suo monumento ai Caduti
ricorda questo suo passato militare che il 75 anni di pace, non è stato
scalfito ne attenuato, anche se si manifesta in forme e espressioni diverse, al
segno ed al passo dei tempi.
domenica 23 febbraio 2020
Jsi. 20 luglio 1944 Testimonianze
.“Grazie,
Alpino, per quel pane”.
La gratitudine della popolazione
per la liberazione dai Tedeschi e per la fine dei pericoli si manifesta in modo
spontaneo, ed aumenta quanto ci si accorge che a portare la libertà sono degli
Italiani, e non degli stranieri come ci si aspettava, e per giunta appartenenti
ad un Corpo estremamente popolare come quello degli Alpini. Francesco Gualdoni
così scrive, attingendo dai suoi ricordi:
“Grazie Alpino per quel pane!. Eri sui vent’anni ed io ne avevo appena
quindici. Ci incontrammo alle sei di mattina di quel 20 luglio 1944, in prossimità dello
“sporticello” di via Mura Occidentali, in una Jesi completamente deserta. Il
sibilo di qualche granata isolata e di uno Spitfire, su in alto, con attorno i
segni della contraerea che tirava dalle colline a
nord della città. Mi accorsi di averti fatto sbigottire perché tu,
Alpino, vedesti all’improvviso un viso macilento, due occhi guardinghi sotto i
capelli incolti, una canottiera più piccola dei buchi che si ritrovava, quel
ch’era rimasto dei pantaloni corti, uno spago per degnissima cinta, e le
Timberland di allora, la pelle dei piedi. Risalivo le scalette a quattro zampe,
sfinito dalla fame e dalle lunghe veglie. Ero uscito dalle cantine del civico 4
di via dell’Orfanatrofio, dove le donne, rosario in mano, attingevano piangendo
la fine di tutto. Ma anche il tuo “look” non era migliore del mio, il cappello
con mezza penna (forse una “raffica”?) calato sugli occhi, la divisa “Kaki” che
avrebbe richiesto abbondanti lavaggi e rattoppi. Procedevi con circospezione,
rasente al muro, il MAB[1]
spianato e pronto a far fuoco. Mi chiedesti se la Wehrmacht se n’era andata ed
io, annuendo, avevo ancora negli orecchi il gran botto del cavalcavia del viale
della Vittoria, ridotto in briciole in quella notte più lunga del solito, poco
dopo che i guastatori in ritirata erano passati a dar voce sulla porta del
rifugio: "Alles kaputt, achtung, saltare ponte!”.
Mi passasti un pezzo di pane, di un bianco che non avevo mai visto e mi
desti il bene assoluto della libertà, di cui spesso sperimentiamo la formula
con pessimo uso. Non feci nemmeno in tempo a dirti grazie. Mi sdebito oggi, con
45 anni di ritardo. Scusami, Alpino del battaglione “Piemonte” ma sberle e
sberleffi della vita mi hanno insegnato che l’eternità del tempo si può anche misurare
a secondi” [2]
[1] Fucile
automatico berretta, MAB, il fucile in dotazione alle truppe d’assalto ed alla
fanteria del Corpo Italiano di Liberazione, lì dove era disponibili.
[2] Gualdoni
Francesco, Grazie Alpino per quel pane!, in
La Gazzetta di Ancona, 20 luglio 1989
martedì 18 febbraio 2020
Luglio 1944. Il passaggio del Fronte in provincia di Ancona
Quel
che rimane: un nome inciso sulla pietra.
Come in tutte le cose di guerra,
c’è sempre un costo da pagare in termini di feriti e di Caduti, che le
relazioni ufficiali non riportano in quanto sono di entità minima ed il tempo
poi cancella inesorabilmente. Nomi di ragazzi in piena gioventù scritti su una
pietra di un monumento dimenticato e trascurato da tutti. Fra i tanti,
scegliamo quello di Gianfranco Giorgi di Vistarino.
“Gianfranco Giorgi di Vistarino, classe 1915, tenente di Artiglieria,
ingegnere, sorpreso dall’armistizio in Montenegro, riuscì a raggiungere
l’Italia attraverso gravissimi pericoli. Entrato nel raggruppamento, veniva in
seguito assegnato ad una delle Brigate del Corpo Italiano di Liberazione quale
interprete e ufficiale di collegamento. Aveva chiesto il trasferimento
(accordatogli) all’11° reggimento artiglieria, durante il trasferimento si
trovava, il giorno 19 luglio, in un fabbricato, quando un reparto di salmerie
fu colpito dal fuoco tedesco che provocò diversi feriti. Mio fratello, uscito
con altri in loro soccorso, fu investito da qualche scheggia di un colpo in
arrivo, che gli procurò qualche ferita apparentemente non grave. La sera stessa
ne fu informato il cap. Cicogna, il quale il girono successivo mi accompagnò
all’Ospedale da Campo dove mio fratello era stato ricoverato. Lo trovai
apparentemente bene, ma un medico mi informò che c’era il pericolo di una commozione
viscerale che poteva avere esito mortale. La mattina del giorno dopo mio
fratello mi confermò di sentirsi bene, ma tornato la sera mi accorsi subito che
la situazione si era aggravata e che ogni speranza poteva considerarsi svanita.
Nelle prime ore del 22 luglio spirò.”[1]
Per contrastare l’oblio e per
tenere vivo il ricordo e la memoria, ora che la generazione protagonista di
questi eventi sta passando, sono state messe in atto iniziative atte ad
integrare la funzione di queste “pietre”. Spiegare a chi è interessato
attraverso sistemi divulgativi semplici il significato di queste pietre, non
solo affidato agli Storici ed agli uomini di cultura. E’ nato il progetto “Le
pietre parlano”, che con la buona volontà di tutti si spera di portare a
termine[2]
Sergio Pivetta, riassume nel
diario, i risvolti umani ed i sacrifici i quei giorni:
“Domenica 23 luglio 1944, Ho incontrato Lenzi, della “Nembo”. A
Belvedere, il “San Marco”, che già a Santa Maria Nuova aveva avuto una decina
di morti, ha preso le sorbe. Continuano a giungere autoambulanze cariche di
feriti. Molti i Caduti del 68° fanteria, al Musone. Moretti è tra di loro.
Enrico Jallonghi è all’ospedale, ferito ad un occhio piuttosto seriamente,
sembra. Una pallottola esplosiva, a quanto pare. Mimmo Genovesi è grave. Una
pallottola al basso ventre. Sono stati colpiti, tutti e due, nei combattimenti
di mercoledì scorso, 19 luglio, nei pressi del fiume Esino. Comincia a tirare
brutto vento….Ecco il racconto di Enrico: “In marcia di avvicinamento, il XXIX
battaglione bersaglieri stava scendendo lungo le colline marchigiane degradanti
verso il fiume Esino. Erano le prime ore del pomeriggio, la mia compagnia si
era appena fermata per effettuare una breve sosta, avevamo messo lo zaino a
terra. Improvvisamente l’attacco. Ricevetti l’ordine di buttarmi con la squadra
che comandavo, entro un vicino caseggiato e di sistemarlo a difesa, mentre le
altre squadre si sparpagliavano organizzandosi tutto intorno. Piazzate alle
finestre del primo piano le armi automatiche, diedi l’ordine di aprire il fuoco
per controbattere quelle del nemico. Non essendo riuscito subito ad individuare
la provenienza, salii quasi subito al piano superiore e, aperti i vetri di una
finestra, cercai di scoprire, scrutando tra le fessure, da dove stavano
sparando. Fu un attimo. Sentii un gran colpo, la mia testa fu presa in pieno
dalla scheggia di una pallottola che, colpita una persiana, era esplosa. Caddi
a terra. Persi per qualche attimo conoscenza.. Mi ripresi quasi subito. Era
tutto buio, non vedevo più nulla. Sollevato dai compagni subito accorsi, venni
portato nella cantina dove si era rifugiata l’intera famiglia che viveva
nell’abitazione. Subito dopo i nostri reparti, sotto l’incalzare di un furioso
fuoco nemico, furono costretti a ripiegare di circa tre chilometri. Rimasi solo
tutta la notte, amorevolmente vegliato da quella cara, indimenticabile gente.
In quelle condizioni, con i Tedeschi tutto intorno.. Sarebbero potuti entrare
da un momento all’altro. Le ore non passavano mai.. Ma non vennero. Il mattino
seguente, pressate dall’offensiva italiana, le truppe germaniche si ritirarono,
i nostri ritornarono a prendermi e mi portarono all’ospedale civile di Jesi,
dove ricevetti le prime cure. A Jesi, morente, c’era anche Mimmo Genovesi,
ferito mentre combatteva con il suo plotone, poco distante dal mio, nella
stessa azione”
……..
Lunedì 24 luglio 1944. Enrico Jallonghi perderà probabilmente l’occhio;
Mimmo Genovesi è morto.” [3]
Poche parole in un
diario per indicare sacrifici ormai consegnati all’oblio del tempo.
[1]
Testimonianza riportata dal fratello Edoardo Giorgi di Vistarino in Giorgi di
Vistarino E., Cicogna Mozzoni A., Un
generale scomodo. Umberto Utili, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2008, pag.
119 . Al ten. Gianfranco Giorgi di Vistarino fu conferita la medaglia di bronzo
al valor militare con questa motivazione: “Ufficiale
di artiglieria, sorpreso dall’Armistizio in Montenegro, riusciva a raggiungere
il suolo patrio attraverso grandissimi pericoli. Entrato volontariamente a far
parte del Corpo Italiano di Liberazione e destinato ad una grande unità,
chiedeva insistentemente ed otteneva di essere assegnato ad un gruppo operativo
in linea. Durante un violento tiro di artiglieria nemico, incurante del
pericolo, usciva all’accantonamento per recare soccorso a militari feriti e
veniva colpito da numerose schegge. Esempio di grande amore patrio, generoso
ardimento ed altissimo senso del dovere”.
[2] Nei
Documenti 4 e 5 sono riportati i dettagli di questo progetto, riferito al
momento al Cippo di Casenuove e all’area dell’ex serra comunale, ad Osimo. Il
primo per i Combattenti del Corpo Italiano di Liberazione, il secondo per i
Caduti civili di Osimo.
[3] Pivetta
S., Tutto per l’Italia. Diario di un
alpino del battaglione “Piemonte”, cit, pag. 79
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